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Mahmoudian: “In Iran impossibile fare progetti, soltanto senza sanzioni la società civile rinascerà”

(afp)

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Mehdi Mahmoudian, sceneggiatore di Panahi, racconta l’impotenza e l’incertezza in cui vivono i suoi concittadini
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Guardando fuori dalla piccola crepa che si è aperta nella muraglia digitale iraniana, Mehdi Mahmoudian prova a non farsi travolgere dallo sconforto. I negoziati tra l’amministrazione Trump e la Repubblica islamica non «servono certo a far avanzare le richieste della società civile iraniana, che è esclusa da queste trattative», ci dice in una telefonata da Teheran piuttosto ballerina perché la connessione Internet è tornata ma solo in parte, la linea va e viene. Ma se si arrivasse a una rimozione delle sanzioni «l’accordo andrebbe sostenuto, perché è l’unico modo per cambiare davvero le cose», riflette. Intellettuale, giornalista, co-sceneggiatore del regista Jafar Panahi, con cui ha scritto Un semplice incidente, candidato agli Oscar, Mahmoudian è una delle voci più autorevoli della dissidenza iraniana. Ha pagato un prezzo alto per la sua opposizione alla Repubblica islamica, più di 10 anni in carcere, ma non ha mai rinunciato a dire la sua.

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Guardando fuori dalla piccola crepa che si è aperta nella muraglia digitale iraniana, Mehdi Mahmoudian prova a non farsi travolgere dallo sconforto. I negoziati tra l’amministrazione Trump e la Repubblica islamica non «servono certo a far avanzare le richieste della società civile iraniana, che è esclusa da queste trattative», ci dice in una telefonata da Teheran piuttosto ballerina perché la connessione Internet è tornata ma solo in parte, la linea va e viene. Ma se si arrivasse a una rimozione delle sanzioni «l’accordo andrebbe sostenuto, perché è l’unico modo per cambiare davvero le cose», riflette. Intellettuale, giornalista, co-sceneggiatore del regista Jafar Panahi, con cui ha scritto Un semplice incidente, candidato agli Oscar, Mahmoudian è una delle voci più autorevoli della dissidenza iraniana. Ha pagato un prezzo alto per la sua opposizione alla Repubblica islamica, più di 10 anni in carcere, ma non ha mai rinunciato a dire la sua.

Mehdi Mahmoudian 

Mahmoudian, come sta? Come stanno gli iraniani?

«Viviamo in uno stato di profonda incertezza, instabilità, mancanza di sicurezza. I prezzi sono aumentati in maniera vertiginosa, la disoccupazione pure: molti non hanno lavoro e quelli che ce l’hanno non sono sicuri che ce l’avranno ancora domani. È impossibile fare progetti».

Internet ha davvero ripreso a funzionare?

«Non si può dire che sia veramente aperto. L’accesso è ancora molto limitato ed è un enorme problema, milioni di iraniani lavorano con Internet, i privati, le aziende, le startup...e per molti il blocco ha significato la fine di un percorso professionale e guadagni pari a zero».

Lei sta lavorando?

«Avevo un canale televisivo su YouTube, il blocco di Internet, insieme ai problemi che ci hanno creato le forze di sicurezza, è stata la fine».

Trump ha iniziato questa guerra affermando di voler distruggere il programma nucleare iraniano e “liberare gli iraniani”. Cosa ha ottenuto?

«La pretesa di “liberare gli iraniani” attraverso la guerra più che un progetto democratico era lessico che serviva a realizzare un progetto geopolitico americano. L’esperienza del Medio Oriente ha mostrato che l’intervento militare esterno non conduce a una democrazia stabile. Al contrario, rafforza le strutture militari e securitarie e indebolisce la società civile. Molti iraniani sono critici verso la Repubblica islamica e desiderano profondi cambiamenti politici, ma questo non significa che sostengano la guerra perché prima di ogni altra cosa la guerra distrugge la vita delle persone comuni: dall’economia alle infrastrutture fino alla sicurezza psicologica della società. Un cambiamento democratico duraturo è possibile solo quando prende forma attraverso la partecipazione popolare».

L’Iran sta negoziando con gli Stati Uniti: lei fa il tifo per un accordo?

«Se si raggiungesse un accordo che preveda la rimozione delle sanzioni potrebbe avere degli effetti positivi e portare a un rafforzamento della democrazia: alleggerire la pressione economica significa ridare fiato al ceto medio e consentirgli di avere più forza nell’azione sociale. Ma l’amministrazione Trump e la Repubblica islamica trattano per perseguire i loro interessi, non hanno nessun interesse a far avanzare le richieste della società civile. Gli iraniani sono tagliati fuori e non possono far sentire la loro voce, perciò vivono con distanza queste trattative. Una parte ampia della società sente che da anni si decide del suo destino senza che abbia alcun ruolo in queste decisioni, tanto nella politica interna quanto nelle tensioni esterne. Si parla di nucleare e di politica estera, ma il vero problema dell’Iran è la frattura profondissima tra la società e il sistema che nessuno accordo potrà sanare».

Molti osservatori sostengono che la guerra abbia trasformato il sistema, non più teocrazia ma regime militare: è così?

«Non si può dire che siamo passati da un governo religioso a un regime prettamente militare perché la struttura ideologica su cui si è costruita la repubblica islamica permane. Certo la situazione ha fatto sì che i militari abbiano conquistato un potere maggiore. E in una situazione di guerra il controllo sulla società aumenta, tutti i governi tendono a rendere lo spazio più securitario. In Iran la situazione è peggiore a causa della complessità della repubblica islamica, ci sono motivazioni ideologiche che spingono ancora di più alla chiusura».

La repressione è aumentata?

«Gli strumenti di sorveglianza e controllo sull’azione della società civile sono aumentati ma questo non vuol dire che gli iraniani stiano zitti. Cercano il modo di farsi sentire: durante le proteste di gennaio, nonostante il blackout di Internet, hanno trovato il modo di far arrivare le informazioni all’esterno e anche adesso continuano a protestare contro le esecuzioni, che in Iran ci sono ogni giorno, facendo pressione sulla magistratura».

La guerra ha avuto l’effetto di compattare la popolazione intorno alla Repubblica islamica e alla bandiera?

«Nessuno si è raccolto intorno alla bandiera della Repubblica islamica, questa è propaganda del sistema che cerca di mostrare un alto numero di sostenitori nelle piazze. Chi è sempre stato contrario alla Repubblica islamica non ha rivisto le sue posizioni e non si è riunito intorno al sistema. Questo non significa che sia favorevole alla guerra. Nonostante i costi che la guerra ha imposto alla popolazione civile la società iraniana considera questi costi il prodotto della postura internazionale della Repubblica islamica».

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