È morto in Ucraina il combattente volontario italiano Alex Pineschi. È stato ucciso in azione il 23 maggio durante un’operazione difficile «insieme ai suoi compagni dell’unità droni, nella zona di Liman». «Sono devastato dalla notizia», scrive sui social un veterano norvegese che aveva combattuto con lui in Iraq: lo aveva incontrato l’ultima volta «due settimane fa, il giorno prima della missione». Alex sapeva benissimo quanto fosse pericolosa: «Ci scherzava molto - racconta - diceva che sarebbe stata la sua ultima, e una volta ricevuta la notizia avrei dovuto dire a tutti che lui era il più figo in assoluto».
Aveva 42 anni, in gran parte trascorsi con il fucile in mano. Originario di La Spezia, si era arruolato negli alpini prima ancora di terminare le superiori: lo aveva fatto indossando già la piuma degli alpini sul cappello. Lasciate le mostrine, era rimasto in quel mondo come contractor privato, poi fondando e dirigendo scuole di addestramento tattico. Soprattutto, Alex faceva la…
È morto in Ucraina il combattente volontario italiano Alex Pineschi. È stato ucciso in azione il 23 maggio durante un’operazione difficile «insieme ai suoi compagni dell’unità droni, nella zona di Liman». «Sono devastato dalla notizia», scrive sui social un veterano norvegese che aveva combattuto con lui in Iraq: lo aveva incontrato l’ultima volta «due settimane fa, il giorno prima della missione». Alex sapeva benissimo quanto fosse pericolosa: «Ci scherzava molto - racconta - diceva che sarebbe stata la sua ultima, e una volta ricevuta la notizia avrei dovuto dire a tutti che lui era il più figo in assoluto».
Aveva 42 anni, in gran parte trascorsi con il fucile in mano. Originario di La Spezia, si era arruolato negli alpini prima ancora di terminare le superiori: lo aveva fatto indossando già la piuma degli alpini sul cappello. Lasciate le mostrine, era rimasto in quel mondo come contractor privato, poi fondando e dirigendo scuole di addestramento tattico. Soprattutto, Alex faceva la guerra.
Morte di Alex Pineschi, il contractor in un post: "Nessuno ti insegna a ritornare da una guerra"
Nel Kurdistan iracheno e siriano, dal 2014 ha combattuto lo Stato islamico al fianco dei guerrieri curdi. Da quell’esperienza aveva tratto un libro: “Peshmerga: con la morte in faccia”: raccontava la prima linea da volontario, e poi la difficoltà di riadattarsi alla vita civile una volta posato il fucile. Ne aveva scritti altri due, sui conflitti in Medioriente e una guida motivazionale; ma la sua vera passione restavano le armi.
L’ultima avventura in Ucraina era iniziata ad aprile: aveva firmato un contratto con l’8° Reggimento operazioni speciali, che è parte delle Forze armate ucraine, in un’unità militare d’élite con base a Khmelnytskyi. A differenza di molti altri italiani scomparsi in Ucraina, il suo corpo è stato recuperato e portato all’obitorio di Khmelnytskyi, dove stamattina alle 9 ci sarà «la cerimonia di commiato» nella chiesa di San Giorgio.
Su internet e sui social, tra i molti che lo conoscevano e lo hanno frequentato, che hanno imparato da lui a combattere o sopravvivere, è un diluvio di ricordi dolenti da tutto il mondo. «Mi ha insegnato più che semplici tattiche o armi: la vita, il coraggio e la lealtà. In Kurdistan e in Italia — scrive Samantha Jay Byrne, che lavora nell’ufficio dello Sceriffo della contea di Craven, negli Stati Uniti — è stato il mio mentore e uno dei miei amici più stretti. Una parte di chi sono esiste grazie a lui. Grazie per aver creduto in me prima di me».
Nel 2022, quando nella regione di Kharkiv morì un ragazzo italiano, Benjamin Giorgio Galli, Alex scrisse un post e raccolse le solite polemiche degli odiatori seriali, che non si fermano neppure di fronte alla morte. «Nessuno — rispose in un video che oggi sembra parlare per lui stesso — può giudicare le scelte degli altri. Non entro in merito alle motivazioni e non le giudico, la vita appartiene all’individuo e ha il diritto sacrosanto di cederla a qualunque causa creda corretta. Anche quelli dell’Isis l’avevano, ma in contrasto con la mia che ero dall’altro lato. Ognuno fa le sue scelte, prende decisioni e ne paga le conseguenze». E poi, rivolgendosi agli odiatori: «Un ragazzo giovane è andato in guerra e la guerra se l’è portato via. Agghiacciante è che sotto il post di una persona morta ci sono faccine che ridono». Oggi ridono per lui.
A La Spezia, e non solo lì, era molto conosciuto: i video sui social, i follower, gli allievi dei corsi di «formazione tattica con arma da fuoco» a Torre dè Negri, nel pavese. In una puntata di Nemo, sulla Rai, nel 2017 parlava della sua guerra in Siria e Iraq «contro i terroristi», e raccontava di come addestrasse i kurdi. «Se mi chiedessero perché ho deciso di combattere risponderei: “Perché ho visto una causa per la quale valesse la pena rischiare”». Tornato dal Kurdistan, la procura lo aveva indagato come sospetto mercenario, ma l’accusa era stata archiviata: era «inquadrato come volontario». Un tema che ha intrecciato le polemiche su ognuno degli italiani morti combattendo in Ucraina, dal 2014 a oggi, su entrambi i lati del fronte.