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Trump teme la sconfitta e rilancia sull’allargamento degli Accordi di Abramo

(reuters)

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Il presidente cerca di trasformare un’intesa fragile in un risultato spendibile ma le resistenze arrivano dal suo stesso partito
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NEW YORK – Donald Trump ha assoluto bisogno di qualcosa che gli consenta il vanto di aver ottenuto un accordo con l’Iran migliore del Jcpoa firmato da Barack Obama. Altrimenti la sua guerra verrà giudicata inutile, se non dannosa, con tutte le conseguenze del caso sulla sua reputazione e l’esito delle midterm di novembre, considerando che la maggioranza degli elettori americani era e resta contraria al conflitto. Perciò ha ventilato e poi negato l’ipotesi di vincolare la firma dell’intesa all’adesione di tutti i paesi della regione agli Accordi di Abramo, un risultato storico che cambierebbe davvero faccia all’intero Medio Oriente. La sua idea è stata accolta dal gelo e non manca chi lo accusa di averla avanzata solo per distrarre l’attenzione dalla realtà della via d’uscita deludente che sta valutando. La titubanza nasce qui, ossia dal rischio di ritrovarsi senza nulla in mano che gli consenta di proclamare la vittoria.

Le critiche

Mike Pompeo, che nella prima amministrazione Trump a…

NEW YORK – Donald Trump ha assoluto bisogno di qualcosa che gli consenta il vanto di aver ottenuto un accordo con l’Iran migliore del Jcpoa firmato da Barack Obama. Altrimenti la sua guerra verrà giudicata inutile, se non dannosa, con tutte le conseguenze del caso sulla sua reputazione e l’esito delle midterm di novembre, considerando che la maggioranza degli elettori americani era e resta contraria al conflitto. Perciò ha ventilato e poi negato l’ipotesi di vincolare la firma dell’intesa all’adesione di tutti i paesi della regione agli Accordi di Abramo, un risultato storico che cambierebbe davvero faccia all’intero Medio Oriente. La sua idea è stata accolta dal gelo e non manca chi lo accusa di averla avanzata solo per distrarre l’attenzione dalla realtà della via d’uscita deludente che sta valutando. La titubanza nasce qui, ossia dal rischio di ritrovarsi senza nulla in mano che gli consenta di proclamare la vittoria.

Le critiche

Mike Pompeo, che nella prima amministrazione Trump aveva fatto il segretario di Stato e il direttore della Cia, ha bocciato così l’accordo: «Significa pagare i pasdaran per costruire armi di distruzione di massa con cui terrorizzarci». La Casa Bianca gli ha intimato di «chiudere la sua stupida bocca», ma anche altri repubblicani si sono lamentati, come i senatori Graham e Cruz. Il presidente della Commissione Forze Armate nella Camera Alta, Roger Wicker, è stato ancora più brutale: «Il ventilato cessate il fuoco di 60 giorni, basato sulla credenza che l’Iran lo applicherà in buona fede, sarebbe un disastro».

Il presidente non può ignorare queste critiche, anche perché sono condivise dalla sua base Maga, da sempre contraria a nuove guerre in Medio Oriente, e il “memorandum of understanding” circolato finora contiene poco che la giustifichi. Hormuz era aperta a tutti prima del conflitto e nella migliore delle ipotesi si tornerebbe alla situazione precedente ai bombardamenti. La leadership della Repubblica islamica è cambiata perché i capi sono stati uccisi, ma il regime è ancora in piedi e uscirebbe legittimato dalla firma di un accordo. I 400 chili di uranio arricchito sono ancora nelle mani di Teheran, che già col Jcpoa aveva garantito di non voler costruire l’atomica. Magari stavolta si impegnerà a congelare l’arricchimento per un periodo più lungo, ma sono questioni rimandate al negoziato che difficilmente verrebbero accettate dalla base Maga come una buona ragione per giustificare la guerra. Come ha detto l’ex guru dei neocon Robert Kagan, «non mi interessa nemmeno sapere di cosa parleranno nei negoziati, perché comunque l’intervento è stato un fallimento».

Un accordo al ribasso

Robert Malley, negoziatore del Jcpoa, motiva così questo giudizio: «A differenza del periodo in cui l’accordo era in vigore, l’Iran ora ha una conoscenza molto più ampia e una capacità maggiore di ricostruire il suo programma più velocemente del 2015, e questo è qualcosa che non puoi cancellare dalle loro menti. Un elemento in più potrebbe essere la sospensione dell’arricchimento per un periodo più lungo e lo smaltimento dell’uranio già prodotto: verrà diluito a casa? Verrà spedito fuori? Sono domande che devono avere risposta. E poi quale tipo di ispezioni permetterà l’Iran? Sospetto che saranno analoghe a quelle consentite dal Jcpoa, magari con alcune modifiche, per tenere conto del fatto che il programma iraniano è rimasto completamente invisibile all’Agenzia internazionale dell’energia atomica per diversi anni. La controparte poi dovrà ricevere l’alleggerimento delle sanzioni, che sospetto sarà in qualche modo superiore al sollievo previsto dal Jcpoa, soprattutto se in effetti fosse disposta a sospendere completamente l’arricchimento».

Se alla fine la sostanza dell’intesa fosse davvero questa, non sarebbe facile per Trump presentarla come una vittoria, e soprattutto non sarebbe facile giustificare una guerra che darebbe l’impressione di lasciare Teheran più forte di prima, se non altro perché ha dimostrato di poter soffocare il mercato globale dell’energia. Da qui i tentennamenti e la necessità di aggiungere altro. Allargare gli Accordi di Abramo a Giordania, Egitto, Turchia, e magari Arabia, Qatar, Pakistan, sarebbe un successo storico, ma è difficile pretendere il riconoscimento di Israele in cambio della fine di una guerra iniziata da Israele con gli Usa, mentre continua a bombardare il Libano e non offre alcuna prospettiva di far nascere uno Stato palestinese. Perciò Trump teme che qualunque accordo sarà visto come una sconfitta.

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