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L’Armenia verso le elezioni: Putin fa la guerra a Pashinyan mentre Trump lo sostiene

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In vista del voto del 7 giugno il Cremlino aumenta la pressione politica ed economica contro il premier che guarda alla Ue. Mentre la Casa Bianca, mediatrice dello storico accordo di pace con l’Azerbaijan, fa il tifo per lui
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TBILISI – Manca una settimana alle elezioni parlamentari in Armenia. Ogni giorno emergono notizie di arresti e indagini su attacchi ibridi al Paese, mentre la Russia minaccia sempre più esplicitamente la repubblica del Caucaso meridionale. Avamposto di Mosca nella regione fino a pochi anni fa, Erevan sta oggi cercando di emanciparsi dalla presa dell’alleato di un tempo, ancorare a una pace duratura l’arcinemico azero, normalizzare le relazioni con la Turchia e stringere rapporti preferenziali con l’Occidente, reinventandosi come crocevia tra Asia e Europa.

Il voto del 7 giugno, senza esagerare, è il più significativo nella storia dell’Armenia contemporanea.

Gli elettori sono chiamati a esprimersi su scelte cruciali: continuare sulla rotta tracciata dal governo o reinsediare al potere figure associate al precedente apparato? Rafforzare l’intesa con gli Stati Uniti e l’Ue o rinvigorire i legami con la Russia? Proseguire sul solco della dolorosa riconciliazione con Baku e Ankara o r…

TBILISI – Manca una settimana alle elezioni parlamentari in Armenia. Ogni giorno emergono notizie di arresti e indagini su attacchi ibridi al Paese, mentre la Russia minaccia sempre più esplicitamente la repubblica del Caucaso meridionale. Avamposto di Mosca nella regione fino a pochi anni fa, Erevan sta oggi cercando di emanciparsi dalla presa dell’alleato di un tempo, ancorare a una pace duratura l’arcinemico azero, normalizzare le relazioni con la Turchia e stringere rapporti preferenziali con l’Occidente, reinventandosi come crocevia tra Asia e Europa.

Il voto del 7 giugno, senza esagerare, è il più significativo nella storia dell’Armenia contemporanea.

Gli elettori sono chiamati a esprimersi su scelte cruciali: continuare sulla rotta tracciata dal governo o reinsediare al potere figure associate al precedente apparato? Rafforzare l’intesa con gli Stati Uniti e l’Ue o rinvigorire i legami con la Russia? Proseguire sul solco della dolorosa riconciliazione con Baku e Ankara o rivedere accordi già avviati, rischiando di far saltare il banco?

Momento della verità per Pashinyan

Per Nikol Pashinyan, leader della rivoluzione di velluto che l’ha catapultato al potere nel 2018, è il momento della verità. Dalle ultime elezioni, convocate in anticipo l’anno dopo la rovinosa guerra del Nagorno Karabakh del 2020 – conclusasi con una tregua mediata da Mosca che sanciva la perdita di gran parte dell’enclave contesa, abitata da armeni etnici ma internazionalmente riconosciuta come parte dell’Azerbaijan – pare passata un’era geologica. Se il premier era riuscito allora a convincere la popolazione a rinnovargli la fiducia, stavolta la sfida è ancora più complessa.

La seconda legislatura del giornalista diventato politico è stata segnata da eventi tragici. Prima le incursioni di Baku oltreconfine e l’occupazione di 200 chilometri quadrati di territorio sovrano di Erevan. Poi la fine della repubblica dell’Artsakh, lo Stato separatista nato nel Nagorno Karabakh nel contesto della dissoluzione dell’Urss: nel settembre 2023, sullo sfondo dell’inerzia delle forze di pace russe e di una fiacca risposta internazionale, l’Azerbaijan ha ultimato l’opera cominciata tre anni prima provocando l’esodo dell’intera comunità armena che lì viveva da secoli.

Mosca addio

Circostanze che hanno causato il progressivo allontanamento di Erevan da Mosca, lo storico garante militare armeno, e dall’Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (Csto), la “Nato a guida russa”, colpevoli di non essere intervenuti in difesa dell’alleato aggredito. Pashinyan ha quindi congelato la partecipazione del Paese alla coalizione, per poi chiedere e ottenere il ritiro delle truppe di frontiera russe dall'aeroporto della capitale e il progressivo disimpegno dai confini di terra. Tuttavia, il premier ha chiarito che la base militare russa a Gyumri, cuore della presenza di Mosca in Armenia, non è in discussione. Poi c’è stata l'adesione alla Corte penale internazionale (che nel 2023 ha emesso un mandato di arresto contro Vladimir Putin per crimini di guerra in Ucraina) e infine, passaggio più critico, l’approvazione da parte del parlamento di una legge sull’avvio del processo di integrazione europea.

L’avvicinamento all’Europa

Una svolta che si è palesata con chiarezza lo scorso 4 maggio, quando a Erevan si è tenuto il vertice della Comunità politica europea, a cui ha partecipato persino il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, seguito il giorno dopo dal primo summit bilaterale Armenia-Ue. E il 9 maggio, durante le celebrazioni del Giorno della Vittoria, Putin ha invitato l'Armenia a indire un referendum per permettere che i cittadini siano liberi di scegliere tra l’integrazione con l'Ue e il mantenimento dell’appartenenza all'Unione economica eurasiatica. Il leader russo, in quella che è parsa una grave minaccia, ha inoltre tracciato un parallelismo con lo “scenario ucraino”, ricordando che le tensioni con Kiev nel 2014 erano nate proprio dalla sua volontà di avvicinarsi a Bruxelles.

(afp)

La linea di Pashinyan è invero sfumata: “Mai abbiamo fatto e mai faremo nulla contro l’interesse della Russia ma non possiamo anteporre il suo interesse al nostro”, ha chiarito in un comizio. Il premier non cerca lo scontro geopolitico: attraverso una strategia multivettoriale intende rendere l’Armenia uno snodo cruciale tra mercati asiatici ed europei. Obiettivo impossibile da centrare sullo sfondo della dipendenza economica ed energetica da Mosca.

La “guerra” del Cremlino

Il Cremlino – che oggi ha annunciato di aver richiamato il proprio ambasciatore per “consultazioni” sui crescenti legami di Erevan con l'Unione europea – sta tentando il tutto per tutto per impedire la sua rielezione. In questa direzione vanno le recenti limitazioni a numerose esportazioni armene, nonché la minaccia di revocare il regime di esenzione dai dazi per le forniture di gas, petrolio e diamanti. Secondo il rapporto della missione preelettorale dell’Istituto McCain, che cita il direttore di una Ong locale, “la Russia è andata all-in”. Le sue campagne di disinformazione, che fanno largo uso di siti clone, sono definite “incredibilmente sofisticate”. Mosca primeggia sui social, e in Armenia i canali russi trasmettono senza restrizioni. Reuters scrive poi, menzionando documenti riservati e interviste a funzionari dell’intelligence occidentale, che il Cremlino avrebbe ideato “un’audace operazione” per trasportare ai seggi in patria decine di migliaia di elettori residenti in Russia.

I rivali di Pashinyan

L’opposizione a Pashinyan è dominata dalla componente filorussa: le formazioni con maggiori probabilità di superare la soglia di sbarramento pongono al centro dei loro programmi la necessità di rinsaldare l’asse con Mosca. Il premier gode invece del pieno sostegno dell’Occidente, palese in un chiassoso endorsement pubblicato su Truth da Donald Trump, che lo scorso agosto aveva sciolto un nodo rilevante nei negoziati tra Baku e Erevan patrocinando il Tripp, un corridoio concepito per diventare un pilastro chiave della Rotta commerciale transcaspica tra Asia ed Europa.

I sondaggi

Tutti i sondaggi vedono il partito di governo Contratto civile staccare nettamente ogni sfidante, raccogliendo intorno al 30% delle preferenze. Al secondo posto si piazza Armenia forte, guidata dall’oligarca russo-armeno Samvel Karapetyan e stimata tra il 6 e il 15%. Altre due formazioni – Alleanza armena dell’ex presidente Robert Kocharyan e Armenia prospera del controverso miliardario Gagik Tsarukyan – sono fotografate in modo molto divergente da tre credibili istituti: due le danno fuori dal parlamento, uno le colloca chiaramente sopra la soglia. Una discrepanza che, unita all’alto tasso di indecisi e all’incognita di alcune sigle minori rende arduo fare previsioni: Pashinyan è decisamente favorito, ma la maggioranza assoluta non è a portata di mano.

I voti degli esclusi sono ripartiti tra chi supera lo sbarramento e la legge armena impone la presenza di almeno tre forze in aula: se solo Contratto civile e Armenia forte dovessero farcela, scatterebbe il ripescaggio della formazione più votata tra quelle rimaste fuori. Inoltre, se entro sei giorni dai risultati non si riuscisse a formare una coalizione di governo che esprima una chiara maggioranza, è previsto un ballottaggio obbligatorio tra i primi due blocchi classificati: il vincitore riceve d'ufficio un premio per raggiungere il 54% dei seggi. E le redini di un Paese al bivio.

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