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Teheran non si fida di Trump e frena: “Non faremo concessioni in assenza di gesti concreti”

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Il ministero degli Esteri smentisce: “Non c’è nessun accordo finale”. I nodi restano nucleare, libertà di navigazione e fondi congelati
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Il copione si ripete: Trump annuncia e minaccia, sperando di sancire con le parole una vittoria non ancora conquistata sul campo. E l’Iran smentisce, frena, precisa. È successo anche ieri, quando il presidente americano ha parlato di un accordo sul nucleare descrivendolo come se fosse fatto, dell’uranio arricchito che «verrà distrutto» e di Hormuz che «verrà riaperto senza condizioni». Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, non ha dovuto nemmeno faticare a ponderare la risposta, ha ripetuto quello che gli iraniani dicono da settimane: «In questa fase, la nostra priorità è porre fine alla guerra e non sono in corso negoziati sulla questione nucleare. Non c’è nessun accordo definitivo».

L’Iran sembra non avere fretta. Non perché non abbia bisogno di tornare alla normalità e di ricostruire un Paese a pezzi con l’economia ferma e oltre 270 miliardi di danni lasciati dalla guerra. E neppure perché alcuni termini dell’intesa preliminare in effetti non sono an…

Il copione si ripete: Trump annuncia e minaccia, sperando di sancire con le parole una vittoria non ancora conquistata sul campo. E l’Iran smentisce, frena, precisa. È successo anche ieri, quando il presidente americano ha parlato di un accordo sul nucleare descrivendolo come se fosse fatto, dell’uranio arricchito che «verrà distrutto» e di Hormuz che «verrà riaperto senza condizioni». Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, non ha dovuto nemmeno faticare a ponderare la risposta, ha ripetuto quello che gli iraniani dicono da settimane: «In questa fase, la nostra priorità è porre fine alla guerra e non sono in corso negoziati sulla questione nucleare. Non c’è nessun accordo definitivo».

L’Iran sembra non avere fretta. Non perché non abbia bisogno di tornare alla normalità e di ricostruire un Paese a pezzi con l’economia ferma e oltre 270 miliardi di danni lasciati dalla guerra. E neppure perché alcuni termini dell’intesa preliminare in effetti non sono ancora stati chiariti, non ultime la contesa sui soldi – gli iraniani pretendono che venga restituita loro, da subito, una tranche dei miliardi iraniani congelati all’estero - e la fine della guerra anche in Libano, due questioni nemmeno citate da Trump. L’Iran non ha fretta perché non si fida di questa amministrazione americana e teme che l’intesa ponte non allontani davvero il rischio di una nuova guerra, ma lo aggravi. Se Trump ottenesse davvero di distruggere l’uranio già arricchito, chi gli impedirebbe di attaccare di nuovo un Iran a quel punto ancora più indebolito, senza lo spauracchio di un’atomica a portata di mano?

Lo stesso vale per lo stretto di Hormuz. La riapertura non è in discussione, è lo status del canale il vero oggetto della contesa. La Repubblica islamica non è insensibile alle pressioni internazionali che arrivano anche da Paesi amici come la Cina perché venga garantita la libertà di navigazione. Sa che deve riaprire lo stretto, innanzitutto per i propri interessi commerciali. Ma difficilmente rinuncerà al controllo sulla via marittima che si è dimostrata essere il suo principale strumento di deterrenza. Così come lo sono i suoi alleati yemeniti, gli Houthi, capaci, se lo volessero, di fermare anche lo stretto di Bab el Mandeb, incendiando il mercato dell’energia.

Dal punto di vista di Teheran, dunque, l’orizzonte della trattativa con gli americani è breve e precario, non allontana lo spettro della guerra e deve essere gestito con molta prudenza, rispondendo solo ai fatti. «Non otteniamo concessioni con il dialogo, ma con i missili, non riponiamo alcuna fiducia nelle garanzie e nelle parole: l’unico criterio è il comportamento. Non verrà fatto alcun passo prima di quello della controparte», ha detto il capo negoziatore e speaker del Parlamento, Mohammad Ghalibaf, esplicitando la logica con cui Teheran sta gestendo questi negoziati: «Il vincitore di qualsiasi accordo è colui che, dal giorno successivo, si prepara meglio alla guerra».

Ghalibaf è uno dei conservatori pragmatici nella nuova leadership collettiva che si è formata durante la guerra. Ha incontrato il vicepresidente Usa J.D. Vance a Islamabad, non si è sottratto alla stretta di mano col nemico. Ma c’è un’altra parte del sistema che recalcitra, contesta persino l’opportunità di trattare con gli americani. Su questo sì, l’establishment iraniano è davvero diviso. «Un accordo che apra lo Stretto di Hormuz in cambio della revoca dell’assedio senza applicare la sovranità iraniana e senza riscuotere pedaggi, senza stabilire un risarcimento per i danni di guerra, con ambiguità nella revoca delle sanzioni, e subordinando l’uso pacifico dell’energia nucleare, come la produzione di elettricità e di radiofarmaci, alla soddisfazione degli Stati Uniti, è contrario agli interessi nazionali, viola le condizioni poste dalla stimata Guida Suprema», dice il parlamentare Mahmoud Nabavian, un chierico sciita che fa parte della corrente radicale dei principalisti e ha fatto anche parte della delegazione negoziale in Pakistan. Per un parte della Repubblica islamica, già solo trattare con gli Stati Uniti è una resa e un errore. Qualunque accordo si raggiungerà per riaprire Hormuz non segnerà la fine delle ostilità tra i due nemici storici.

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