Beaufort è sempre stato un simbolo. Il castello costruito dai crociati in Libano domina le strade che dalla Siria musulmana portavano alla Terrasanta cristiana. Una fortezza inespugnabile in cima a uno sperone di roccia, tanto che persino il “feroce” Saladino dopo mesi d’assedio è dovuto scendere a patti con la guarnigione del conte Reginaldo. I secoli non hanno cambiato la sua importanza strategica: Lawrence che poi sarà d’Arabia lo ha studiato nel 1909 durante uno dei viaggi d’archeologo, premessa alla futura marcia trionfale contro l’impero ottomano. E si è reso conto che quella vetta era straordinaria: permetteva di controllare tutto.
Ancora oggi è così. Gli israeliani sono tornati a conquistarla con un’azione temeraria, scalando la parete a picco alta novanta metri che sale dalle sponde del fiume Litani: il versante delle mura ritenuto inaccessibile. Nel 1982 gli stessi soldati della divisione Golani avevano occupato i bastioni turriti, strappandoli dopo un lungo fuoco d’art…
Beaufort è sempre stato un simbolo. Il castello costruito dai crociati in Libano domina le strade che dalla Siria musulmana portavano alla Terrasanta cristiana. Una fortezza inespugnabile in cima a uno sperone di roccia, tanto che persino il “feroce” Saladino dopo mesi d’assedio è dovuto scendere a patti con la guarnigione del conte Reginaldo. I secoli non hanno cambiato la sua importanza strategica: Lawrence che poi sarà d’Arabia lo ha studiato nel 1909 durante uno dei viaggi d’archeologo, premessa alla futura marcia trionfale contro l’impero ottomano. E si è reso conto che quella vetta era straordinaria: permetteva di controllare tutto.
Ancora oggi è così. Gli israeliani sono tornati a conquistarla con un’azione temeraria, scalando la parete a picco alta novanta metri che sale dalle sponde del fiume Litani: il versante delle mura ritenuto inaccessibile. Nel 1982 gli stessi soldati della divisione Golani avevano occupato i bastioni turriti, strappandoli dopo un lungo fuoco d’artiglieria all’Olp di Yasser Arafat. Poi diciotto anni dopo sono stati costretti a ritirarsi dalla forza di Hezbollah, che aveva reso impossibile la resistenza dell’ultimo presidio.
Per questo Beaufort è ancora un simbolo. Non solo per la sua rilevanza militare, rimasta intatta dall’epoca dei cavalieri a quella dei droni: i sotterranei di pietra con le volte gotiche offrono riparo anche dagli assalti dei robot volanti. Il castello ha scandito le invasioni israeliane del Libano, da quella che si è spinta fino a Beirut per scacciare le truppe palestinesi, lasciando il campo libero ai massacri falangisti nei campi di Sabra e Chatila, fino a quella ordinata ora per spingere l’occupazione ben oltre la linea blu creata dall’Onu. Il maniero adesso è il punto più a nord di un’offensiva che ha travolto ogni impegno di tregua e si annuncia stabile.
Di più: Beaufort incarna il rapporto di Israele con la guerra nell’ultimo quarto di secolo. «È diventato – ha sottolineato ieri Benjamin Netanyahu – il simbolo di una profonda divisione all’interno della nostra società». Per comprendere le sue parole bisogna tornare indietro all’anno Duemila, quando l’intero Paese sembrava avere perso la voglia di combattere e cercava una normalità di pace. Lo ha raccontato un romanzo magnifico, Tredici soldati, esordio di Ron Leshem che poi ha ottenuto la notorietà come sceneggiatore, autore tra l’altro della serie tv Euphoria. È stato portato al cinema con un film tanto duro quanto emozionante, Beaufort, che ha vinto l’Orso d’oro al festival di Berlino. Descrivono la storia dell’ultimo plotone israeliano asserragliato nelle rovine della fortezza: tredici ragazzi costretti a convivere con la morte mentre tutti a casa si sono dimenticati di quel conflitto. Non erano più eroi, ma figure guardate con imbarazzo. «Mi immagino – dice uno dei protagonisti del libro – in una festa piena di universitari cool e la mia fidanzata Lilach che si vergognava di me in divisa». E aggiunge: «Una volta Lilach mi ha chiesto cos’è esattamente il Beaufort – recita il testo di Leshem, finalmente ripubblicato da Mondadori – e io mi sono reso conto che era difficilissimo spiegarlo a parole. Bisogna esserci per capirlo, e anche così non basta. Beaufort significa non avere un secondo di privacy, passare intere settimane insieme alla squadra, con i letti attaccati, fino a essere capace di riconoscere nel sonno l’odore degli anfibi di ciascuno. È questo il metro della vera amicizia. Beaufort significa mentire alla mamma al telefono per non farla preoccupare. Le racconti: “Tutto a posto, ho giusto finito di farmi la doccia e me ne vado a dormire”, quando in realtà sono tre settimane che non ti lavi, l’acqua nei serbatoi è terminata, e comunque tu stai per cominciare un turno di guardia. E non una semplice guardia: stai per montare nella postazione più pericolosa della base. E c’è la situazione peggiore, quando durante la telefonata alla mamma cade un’improvvisa pioggia di colpi di mortaio. Lei sente lo scoppio e a quel punto cade la linea. Di sicuro trema, è convinta che suo figlio sia morto. Tu ci pensi continuamente, ti fa pena, ma prima che ricolleghino la linea telefonica potrebbero passare dei giorni. Giorni di paura».
In quel castello si è celebrato il divorzio tra i valori fondanti dello Stato ebraico e una generazione cresciuta nel benessere, che non voleva più saperne di guerre a oltranza contro tutti: una frattura esplosa poi nel 2006 durante la disastrosa campagna nel Libano meridionale.
L’orrore del 7 ottobre 2023 ha schiacciato questo sentimento, imponendo di nuovo un Paese militarizzato e obbligato a una lotta senza limiti e senza confini. Non lo ha cancellato, come dimostra il numero crescente di riservisti che rifiutano il richiamo alle armi. Netanyahu però vuole una battaglia infinita. Ed esulta: «Oggi siamo tornati a Beaufort in maniera diversa. Uniti, determinati e più forti. Abbiamo rotto la barriera della paura, stiamo prendendo l’iniziativa su tutti i fronti: Siria, Gaza, Libano». Sì, nel castello dei cavalieri il premier esalta l’ultima crociata di Israele.