LONDRA – Peccato che Peter Mandelson abbia negato di fornire alle autorità anche le conversazioni contenute nel suo cellulare privato. Ma già così la nuova tranche pubblicata ieri di mille pagine dei “Mandelson Files” — ossia i documenti e messaggi governativi che l’esecutivo Starmer ha reso pubblici per far sbollire lo scandalo legato all’ex ambasciatore britannico a Washington — rivela altri dettagli imbarazzanti oltre a quelli già noti. Tra questi, il caos a Downing Street e nel Labour Party di un primo ministro sempre più in bilico. A un certo punto, un fedelissimo di Starmer, il ministro Pat McFadden, ammette con Mandelson: «In ogni riunione decidiamo chi altro tassare per continuare a pagare i sussidi…».
Di Mandelson, licenziato l’11 settembre 2025 a soli sette mesi dalla sua nomina per il suo pesante coinvolgimento negli Epstein Files e il suo rapporto strettissimo con il pedofilo americano, abbiamo però i messaggi che ha scambiato con gli altri protagonisti coinvolti. E “Lord …
LONDRA – Peccato che Peter Mandelson abbia negato di fornire alle autorità anche le conversazioni contenute nel suo cellulare privato. Ma già così la nuova tranche pubblicata ieri di mille pagine dei “Mandelson Files” — ossia i documenti e messaggi governativi che l’esecutivo Starmer ha reso pubblici per far sbollire lo scandalo legato all’ex ambasciatore britannico a Washington — rivela altri dettagli imbarazzanti oltre a quelli già noti. Tra questi, il caos a Downing Street e nel Labour Party di un primo ministro sempre più in bilico. A un certo punto, un fedelissimo di Starmer, il ministro Pat McFadden, ammette con Mandelson: «In ogni riunione decidiamo chi altro tassare per continuare a pagare i sussidi…».
Di Mandelson, licenziato l’11 settembre 2025 a soli sette mesi dalla sua nomina per il suo pesante coinvolgimento negli Epstein Files e il suo rapporto strettissimo con il pedofilo americano, abbiamo però i messaggi che ha scambiato con gli altri protagonisti coinvolti. E “Lord Peter” non delude neanche stavolta. In alcuni whatsapp con rappresentanti del governo, definisce l’esecutivo «senza speranza», il primo ministro Starmer «senza mordente», chiama l’allora ministro della Salute britannico Wes Streeting «isterico e in preda a una prematura crisi di mezz’età» per le sue preoccupazioni che Israele stesse commettendo crimini di guerra a Gaza. A un certo punto, Mandelson chiede insistentemente pure i numeri di alcuni neo deputati laburisti maschi per invitarli a cena. Il più giovane di tutti, il 28enne Keir Mather, non gli risponde, e lui prima s’offende e poi s’infuria.
Non solo. Dai files si comprende meglio anche la parabola dell’ascesa e della caduta del “principe delle tenebre” e architetto dei trionfi di Tony Blair. Mandelson dialoga costantemente con i ministri, pressa Starmer affinché si incontri con l’ex premier conservatore John Major, si innervosisce perché non è ancora pronta la “red box”, la leggendaria valigetta rossa dei leader del governo britannico, di cui Donald Trump avrebbe insistentemente chiesto una lussuosa versione, come regalo da Starmer, si legge nei documenti.
Fino a quando lo scandalo Epstein lo mette all’angolo: alcuni nel Foreign Office gli danno consigli per uscirne. Altri, come l’allora capo del Dipartimento Esteri Sir Olly Robbins, gli iniziano a fare (finalmente) domande sui suoi rapporti con Epstein. Ma Mandelson non risponde. Anzi, concede un’intervista senza autorizzazione, per essere licenziato 48 ore dopo. Sic transit gloria mundi.