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“Il governo libanese è impotente, cerca solo tende per sfollati e Beirut ormai è una città deserta”

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La scrittrice libanese Rasha Al Amir racconta la disperazione del suo Paese: “Siamo ostaggi dell’Iran sotto le bombe israeliane”
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Rasha al Amir risponde al telefono da una Badaro spettrale: il quartiere trendy di Beirut, l’ultimo in cui si è spostata l’irrequieta vita notturna di questa città in perenne movimento, è deserto. Sono tutti scappati. La voce della scrittrice è esausta, a tratti disperata. «Per ora resto qui. Mi sposterò di nuovo quando ci si potrà muovere». In quel “di nuovo” passa una vita: la sua e quella della sua famiglia di origine, gli Slim, grandi intellettuali libanesi, sciiti, cosmopoliti, liberali che nella loro villa bianca nel cuore di Dahieh, la periferia Sud della capitale, hanno costruito l’unico archivio storico su cui questo Paese può contare. Un luogo dove da anni si parla di ciò che è accaduto ieri, dell’oggi e di ciò che potrebbe essere domani: senza settarismi, senza corruzione, senza quello Stato dentro lo Stato che è Hezbollah. Questo sforzo il fratello di Rasha, Lockman, lo ha pagato con la vita: sei colpi di pistola sparati alle spalle lo hanno ucciso nel febbraio 2021, dopo …

Rasha al Amir risponde al telefono da una Badaro spettrale: il quartiere trendy di Beirut, l’ultimo in cui si è spostata l’irrequieta vita notturna di questa città in perenne movimento, è deserto. Sono tutti scappati. La voce della scrittrice è esausta, a tratti disperata. «Per ora resto qui. Mi sposterò di nuovo quando ci si potrà muovere». In quel “di nuovo” passa una vita: la sua e quella della sua famiglia di origine, gli Slim, grandi intellettuali libanesi, sciiti, cosmopoliti, liberali che nella loro villa bianca nel cuore di Dahieh, la periferia Sud della capitale, hanno costruito l’unico archivio storico su cui questo Paese può contare. Un luogo dove da anni si parla di ciò che è accaduto ieri, dell’oggi e di ciò che potrebbe essere domani: senza settarismi, senza corruzione, senza quello Stato dentro lo Stato che è Hezbollah. Questo sforzo il fratello di Rasha, Lockman, lo ha pagato con la vita: sei colpi di pistola sparati alle spalle lo hanno ucciso nel febbraio 2021, dopo che era finito nella lista nera dei nemici di Hezbollah. Rasha stessa la morte l’ha vista in faccia qualche mese fa, quando un raid israeliano ha distrutto il palazzo dove si era rifugiata, in un villaggio sui monti attorno a Beirut: un membro di Hezbollah si era nascosto lì, all’insaputa degli abitanti dello stabile.

Signora al Amir, come vive queste ore Beirut?

«Non c’è nessuno. Solo silenzio e deserto. C’è paura, c’è attesa, c’è tensione, c’è disperazione. La gente non ce la fa più».

Lei perché è ancora lì?

«Perché le strade sono completamente intasate e muoversi ora sarebbe pericoloso. Perché sono esausta: andare via per cosa? Quando ero in montagna, pensavo di essere al sicuro: invece sono quasi morta. E perché non trovo un senso: non capisco dove andiamo, in quale direzione. Vedo un Paese molto piccolo e pieno di cultura che viene distrutto, con una popolazione che con chi combatte non c’entra nulla, con un governo che non riesce a fare nulla per fermare la distruzione: non c’è un esercito in grado di reagire, non c’è un governo in grado di influenzare ciò che accade sul terreno. Ci sono persone sedute a un tavolo di trattativa, a Washington, che non contano nulla, perché non sono loro a controllare chi combatte. E c’è una nazione in ginocchio, senza più moneta, senza elettricità, senza medicine, con un milione e mezzo di abitanti destinati a restare per strada per anni perché non hanno più case».

L’attuale governo libanese è, a detta di moltissimi analisti, il migliore degli ultimi venti anni…

«Se un Paese cade a pezzi, anche se sei pieno di buone intenzioni - ma non hai i mezzi per realizzarle - non conti nulla. Il governo fa il lavoro della Croce rossa: cerca tende e mette su mense per chi vive in strada. Ma qui si ferma. Il resto sono parole. E lo capisco, perché a quel tavolo di trattativa dovrebbe esserci l’Iran, non il governo libanese: è l’Iran che controlla Hezbollah, che gli dà le armi per combattere, che lo indirizza. È l’Iran che Israele vuole distruggere quando bombarda. In mezzo ci siamo noi. Forse è meglio dire c’eravamo».

Che vuol dire?

«Questo Paese è stato un faro per tutto il mondo arabo, per decenni. Gli scrittori, gli architetti, i poeti, i pittori: oggi, tutto questo rischia di morire. Quando tutto questo finirà, se finirà, i giovani andranno via a ritmi ancora più veloci di quelli già forsennati degli ultimi anni. Chi vuole restare qui? In un luogo senza speranza, senza elettricità, senza acqua, senza strade, senza nulla. Il mio Libano, il nostro Libano, quella luce di cui tante persone si sono innamorate, rischia di spegnersi. Resterà viva fuori da qui, nella gente che continuerà a voler ricostruire il suo Paese, a voler contribuire alla sua cultura, ma potrà farlo solo da fuori perché vivere qui è sempre più impossibile».

Fra Hezbollah e Israele è la stessa storia, da anni…

«È così. Ancora una volta. Non se ne vede la fine. E siamo soli: gli iraniani sono qui, sul nostro territorio tramite la loro milizia. Gli israeliani ci bombardano, l’America sostiene Israele, e i Paesi arabi non stanno facendo molto per aiutarci. Abbiamo bisogno di sostegno, ma non arriva: da mesi, gli arabi avrebbero potuto aiutare il nostro governo ma non lo hanno fatto. E così ci ritroviamo con un esecutivo che fa il lavoro umanitario ma non quello politico. Non è questo quello che ci serve: ci servono soluzioni di lungo periodo, scelte politiche».

La sua famiglia ha pagato un prezzo altissimo al sogno di un Paese “normale”…

«Mio fratello è morto per le sue idee. Ma non solo lui. Ci sono tante persone che si sono battute e hanno pagato con la vita. Perché amavano questo Paese, perché lo volevano vedere libero e indipendente. Oggi chi dice di battersi a nome del Libano è chi ci condanna alla morte: quelli di Hezbollah dicono di lavorare per il Libano ma lavorano per l’Iran, così come prima lavoravano per la Siria. Parlano di sicurezza, ma quale sicurezza? Siamo qui ad aspettare le prossime bombe: avrei voluto recuperare delle cose dalla nostra casa oggi, dal nostro centro, dal luogo dove abbiamo investito anni di vita e di lavoro. Non ho potuto: troppo pericoloso avvicinarsi a Dahieh, che è a cinque minuti da qui. Me lo dica lei, che vita è questa?».

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