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Trump chiama Hezbollah e striglia Netanyahu: “Cosa fai, devi fermarti”

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Dopo che gli iraniani si sono detti pronti a interrompere i contatti, il presidente avverte l’alleato: “Senza di me saresti in galera”
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NEW YORK – "Ho parlato con Netanyahu e con Hezbollah, gli attacchi finiranno. I colloqui con l’Iran proseguono a ritmo spedito”. È stato lo stesso presidente Trump a tirare le somme di una drammatica giornata che rischiava di scatenare la ripresa della guerra, con una serie di annunci pubblicati via social. La conferma che nonostante le sue dichiarazioni più bellicose, il capo della Casa Bianca vuole chiudere un conflitto sempre più impopolare tra gli americani e pericoloso in vista delle elezioni di midterm di novembre, anche se ciò significa tirare pubblicamente il freno al suo alleato israeliano. Col quale, secondo quanto riporta Axios, Trump ha avuto una telefonata di fuoco: «Cosa c... stai facendo», avrebbe detto il tycoon a Netanyahu. «Tutti odiano Israele per colpa tua, saresti in galera se non fosse per me».

Resta da vedere se questo potrà diventare lo snodo capace di sbloccare il negoziato e portare alla firma dell’accordo («entro la prossima settimana», come ha detto lo…

NEW YORK – "Ho parlato con Netanyahu e con Hezbollah, gli attacchi finiranno. I colloqui con l’Iran proseguono a ritmo spedito”. È stato lo stesso presidente Trump a tirare le somme di una drammatica giornata che rischiava di scatenare la ripresa della guerra, con una serie di annunci pubblicati via social. La conferma che nonostante le sue dichiarazioni più bellicose, il capo della Casa Bianca vuole chiudere un conflitto sempre più impopolare tra gli americani e pericoloso in vista delle elezioni di midterm di novembre, anche se ciò significa tirare pubblicamente il freno al suo alleato israeliano. Col quale, secondo quanto riporta Axios, Trump ha avuto una telefonata di fuoco: «Cosa c... stai facendo», avrebbe detto il tycoon a Netanyahu. «Tutti odiano Israele per colpa tua, saresti in galera se non fosse per me».

Resta da vedere se questo potrà diventare lo snodo capace di sbloccare il negoziato e portare alla firma dell’accordo («entro la prossima settimana», come ha detto lo stesso Trump alla Abc), oppure se è solo l’ennesima tappa di un percorso che rimane accidentato.

La prima reazione di Trump all’annuncio che Teheran sospendeva i colloqui a causa delle incursioni dello Stato ebraico in Libano, consegnata alla Nbc, è stata pragmatica: «È una cosa appropriata da dire, perché sono migliori come negoziatori che come combattenti». Quindi aveva interpretato la sospensione come una mossa negoziale, a cui aveva risposto a sua volta con la mossa della noncuranza: «Se non vogliono più parlare, per me va bene».

Questa è da tempo una sua abituale postura negoziale, da tradurre così: se non negoziano pazienza, risolveremo la questione con la forza militare. La verità però è che la trattativa lo interessa, e vuole concluderla, perché ormai si è reso conto che non riuscirà a cambiare il regime solo con i bombardamenti, gli alleati del Golfo sono stanchi e provati, la guerra è sempre più impopolare tra gli americani, il prezzo della benzina e l’inflazione aumentano, e lui così rischia di perdere rovinosamente le elezioni di novembre, diventando un’anatra zoppa (un presidente che non ha più la maggioranza al Congresso). Altrimenti, non si spiega perché poco dopo ha alzato il telefono ordinare a Bibi di fermarsi: «Ho avuto una chiamata molto produttiva col primo ministro di Israele Netanyahu. Non ci saranno truppe che andranno a Beirut, e tutte quelle in movimento sono già state richiamate». Per non esporsi alle critiche di aver fatto pressione solo sul miglior alleato degli Usa, ha aggiunto: «Allo stesso modo, ho avuto una buona chiamata con Hezbollah, e hanno concordato che tutti i bombardamenti si fermeranno - Israele non li attaccherà, e loro non attaccheranno». Nessun presidente americano aveva mai riconosciuto pubblicamente di aver avuto contatti con il Partito di Dio, però questa mossa serviva al duplice scopo di frenare il conflitto in Libano, ma anche di presentare il suo intervento come una mediazione con concessioni da entrambe le parti, invece di una pressione a senso unico su Israele. L’assist è stato subito raccolto dal deputato di Hezbollah al parlamento libanese, Hassan Fadlallah, secondo il quale il movimento «sostiene il cessate il fuoco completo» (sottolineando però che completo significa in tutto il Libano, e non solo a Beirut).

Pochi minuti dopo Trump ha pubblicato un altro messaggio sul suo social, con cui ha chiuso così la giornata: «I colloqui continuano, a un ritmo rapido, con la Repubblica Islamica». Il dramma di ieri è comunque molto indicativo del clima di incertezza che continua a regnare sul futuro del “memorandum of understanding” negoziato da iraniani e americani, a cui il capo della Casa Bianca ha aggiunto alcune correzioni riguardo la riapertura dello Stretto di Hormuz, la consegna dei 400 chili di uranio già arricchito e la sospensione futura del programma nucleare. Come prima cosa, Teheran ha dimostrato di avere leve da usare e Trump lo ha riconosciuto, intervenendo molto rapidamente su Netanyahu. Così il presidente ha confermato anche di volere l’intesa, nonostante le minacce di tornare a bombardare. Adesso bisogna vedere se il premier israeliano si fermerà davvero, e quanto a lungo, e se ciò basterà a concludere la trattativa con la firma.

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