BEIRUT – Dahieh, l’inquieto cuore in fiamme della Beirut sciita, si svuota e si rigonfia come una spugna strizzata. La paura, le bombe. Gli annunci, le tregue. Allarmi e negoziati; esplosioni e illusioni. Lunedì era atterrita nel traffico della fuga, oggi è gonfia di vita e tenacia.
È tra questi palazzoni nati senza ordine che Hezbollah ha radici e fusto: lì il murales di Nasrallah, ucciso nel 2024 da 90 tonnellate di tritolo israeliano nei missili penetranti sganciati sul suo bunker sotterraneo; là il suo mausoleo funebre, venerato ogni giorno dai seguaci. Le insegne al neon, il ragazzo con la barba ordina le mezzeh per tutti al bar sulla strada. Le tende dei rifugiati, le macerie dei caduti. La ruspa, che ancora scava. Auto dappertutto, in tre in motorino con il neonato in braccio, i sacchetti della spesa e le donne velate, le risate e i ragazzini che fanno baccano. «Ma chi si fida di quelli, degli americani e degli israeliani?», dice Zara, 30 anni, che lunedì è scappata via con il …
BEIRUT – Dahieh, l’inquieto cuore in fiamme della Beirut sciita, si svuota e si rigonfia come una spugna strizzata. La paura, le bombe. Gli annunci, le tregue. Allarmi e negoziati; esplosioni e illusioni. Lunedì era atterrita nel traffico della fuga, oggi è gonfia di vita e tenacia.
È tra questi palazzoni nati senza ordine che Hezbollah ha radici e fusto: lì il murales di Nasrallah, ucciso nel 2024 da 90 tonnellate di tritolo israeliano nei missili penetranti sganciati sul suo bunker sotterraneo; là il suo mausoleo funebre, venerato ogni giorno dai seguaci. Le insegne al neon, il ragazzo con la barba ordina le mezzeh per tutti al bar sulla strada. Le tende dei rifugiati, le macerie dei caduti. La ruspa, che ancora scava. Auto dappertutto, in tre in motorino con il neonato in braccio, i sacchetti della spesa e le donne velate, le risate e i ragazzini che fanno baccano. «Ma chi si fida di quelli, degli americani e degli israeliani?», dice Zara, 30 anni, che lunedì è scappata via con il cuore in gola, lei che insegna online come si diventa adulti ai ragazzi delle scuole professionali di Dahieh, e ora di tornare a casa non se ne parla per un po’.
«Sono terrorizzata dai bombardamenti, sono già svenuta tre volte dall’inizio di questa guerra», racconta. Quando il premier israeliano Netanyahu ha annunciato di aver dato l’ordine di bombardare «la periferia sud di Beirut», lunedì Dahieh si è svuotata in un ingorgo gigantesco. I materassi sul tetto dell’auto, famiglie intere stipate tra le lamiere e le valigie, la dispensa svuotata e l’oro di famiglia. I clacson, i ragazzini che sparano in aria per rilanciare l’allarme, Zara che aspetta a casa e papà Said che trema nel traffico, «sono saltato subito in macchina lasciando la concessionaria in cui lavoro per andarla a prenderla e portarla lontano insieme a mia moglie e alle altre figlie — racconta — ma ci ho messo tre ore». Il terrore, l’ingorgo: ventiquattr’ore dopo non c’è rimasto nulla, ecco la solita Beirut caotica e levantina, che a ogni passo e ad ogni incrocio cambia volto e cultura per riunirsi al successivo.
Ora Zara e la sua famiglia sono tutti insieme ad Hamra, la via Veneto della Beirut multietnica e multireligiosa, e per questo un po’ più lontana dal mirino degli israeliani. «Un colpo di fortuna, abbiamo trovato una stanza ancora libera. In questo residence ci eravamo già trasferiti per due mesi, dall’inizio di marzo fino al cessate il fuoco del 16 aprile». Poi erano finite le ondate di missili e droni israeliani su Beirut, e loro erano tornati a casa come migliaia di altri.
Dahieh è un polmone di 800mila persone: un terzo dell’intera area metropolitana di Beirut, un settimo di tutto il Libano. «Quando gli israeliani avvertono di un bombardamento imminente a Beirut, Dahieh si svuota in poche ore», racconta Hassan, 62 anni, da poco prepensionato. «Io vivo all’inizio del quartiere, ho aspettato mia moglie che lavora al ministero e intanto ho caricato la macchina. Ho sempre la valigia pronta, le scorte e le federe, vestiti e lenzuola e tutto quello che serve a sopravvivere lontano. Ma stavolta è stato peggio di sempre perché l’attacco lo ha annunciato Netanyahu, e non il solito portavoce sui social. Non si capiva più nulla. Pensavo a una notizia fake, ma ho acceso Al Jazeera e mi è preso un colpo. C’era un caos incredibile: se vivi vicino alla “linea verde” della guerra civile, basta attraversare la strada per lasciare Dahieh verso Beirut Ovest, dove è molto più improbabile essere bombardati». I pedoni e le auto, i trolley e i clacson e il naso all’insù, tutti insieme e ognun per sé sperando di non vedere e non sentire nulla. Di fuggire, di fare in tempo.
Prezzi da Cortina, «io ho trovato un appartamento a 1.600 dollari al mese per due camere da letto, in un altro periodo non l’avrei pagato più di 500», dice un amico di Hassan. «Sono stremata — racconta Faten, 42 anni — non ce la faccio più. Siamo andati ad abitare a casa dei miei genitori che vivono al centro, perché non abbiamo trovato nemmeno una stanza libera in albergo».
E se questa è Beirut, se qui è la cosiddetta «roccaforte di Hezbollah» che in realtà è la città nella città, è laggiù all’orizzonte che la tragedia del Libano si colora di sangue vivo: «3.468 civili uccisi dal 2 marzo» nell’offensiva israeliana, secondo le autorità libanesi; 38 ammazzati ogni giorno, un’ecatombe che continua ora dopo ora, una strage quotidiana indifferente agli annunci e alle tregue. Dahieh si rigonfia di vita, Beirut tira dritto nei suoi balconi ottomani e nel profumo di agrumi e gelsomino, la salsedine e il caffè arabo, i narghilè e la carne a grigliare nei bistrot. Tiro è sotto fuoco, macerie e dolore, l’ospedale sventrato, la famiglia sterminata; a Nabatiye, nell’entroterra al Sud, «la situazione è molto difficile, credimi, bombardano vicino agli ospedali, dalle alture vicino al castello di Beaufort, vogliono controllare l’ìaccesso da sud alla valle della Bekaa», dicono dalla nuova frontiera su cui Israele avanza anche mentre tratta, in America, una pace su cui qui a Beirut in pochi scommetterebbero una lira.