Per trent’anni, Ali Khamenei aveva governato il conflitto ombra con Israele imponendo alle sue forze armate la dottrina della “pazienza strategica”: il confronto con il nemico si giocava su terreni terzi, attraverso forze per procura e dissimulazioni, cercando di evitare lo scontro diretto. Le due guerre del Golfo hanno cambiato la fisionomia strategica e militare dell’Iran. Al potere ora c’è una nuova generazione di comandanti, e una nuova dottrina. «L’era del colpisci e fuggi è finita. Il nemico aggressore dovrà sopportare le conseguenze del suo sconsiderato opportunismo», hanno scritto i Guardiani della rivoluzione ieri notte, dopo lo scambio di fuoco con gli americani nello stretto di Hormuz.
I pasdaran ora rispondono colpo su colpo, una nuova equazione in cui anche gli attacchi più limitati da parte degli Stati Uniti innescano una risposta, con il risultato che l’intera regione rischia di entrare in una nuova epoca di instabilità. «L’era delle minacce impunite contro l’Iran …
Per trent’anni, Ali Khamenei aveva governato il conflitto ombra con Israele imponendo alle sue forze armate la dottrina della “pazienza strategica”: il confronto con il nemico si giocava su terreni terzi, attraverso forze per procura e dissimulazioni, cercando di evitare lo scontro diretto. Le due guerre del Golfo hanno cambiato la fisionomia strategica e militare dell’Iran. Al potere ora c’è una nuova generazione di comandanti, e una nuova dottrina. «L’era del colpisci e fuggi è finita. Il nemico aggressore dovrà sopportare le conseguenze del suo sconsiderato opportunismo», hanno scritto i Guardiani della rivoluzione ieri notte, dopo lo scambio di fuoco con gli americani nello stretto di Hormuz.
I pasdaran ora rispondono colpo su colpo, una nuova equazione in cui anche gli attacchi più limitati da parte degli Stati Uniti innescano una risposta, con il risultato che l’intera regione rischia di entrare in una nuova epoca di instabilità. «L’era delle minacce impunite contro l’Iran è finita, qualsiasi aggressione riceverà una risposta decisa, severa e proporzionata», dice il veterano dei Guardiani Mohammed Ghalibaf, l’uomo che ha scalato il vertice del potere in Iran, speaker del Parlamento e ora capo negoziatore con gli Stati Uniti. La dottrina emergente non si ferma al Golfo, ma abbraccia tutti i territori che l’Iran ritiene sotto la propria influenza: è il ministro degli Esteri Araghchi ad avvertire che qualsiasi attacco contro Hezbollah a Beirut riceverà una «dura risposta iraniana».
Lo scontro militare è parte del negoziato e nell’ottica di Teheran punta a colpire il nemico dov’è più debole: negli Stati alleati del Golfo persico. Gli attacchi rivendicati sul Kuwait e sulla quinta flotta americana di stanza in Bahrein non sono solo dialettica militare, sono strategia politica. L’Iran ha un messaggio per i suoi vicini: l’ombrello di protezione militare americana non funziona più, e il progetto politico che lo sottende - gli accordi di Abramo - condanna a un destino di insicurezza.
«Il vecchio manuale americano in Medioriente ha perso la sua patina diplomatica. Le capitali arabe non sono più trattate come partner sovrani, sono state strategicamente declassate a semplici ammortizzatori regionali, progettati per assorbire i colpi geopolitici, economici e militari destinati a Tel Aviv e Washington», scrive il giornale filogovernativo Teheran Times. Gli Emirati sono stati colpiti nel loro modello economico, il Qatar è stato bombardato da Israele e poi dagli stessi iraniani, persino il mite Oman è finito sulla linea del fuoco. Ma il destinatario ultimo dei messaggi inviati da Teheran è l’Arabia Saudita: «Gli Accordi di Abramo - aggiunge il Teheran Times - sono documenti di capitolazione che trasformano la ricchezza sovrana araba in fondi neri israelo-americani, e i territori arabi in una zona cuscinetto per guerre straniere. Per l’Arabia Saudita, cadere in questa trappola significa “Game Over” per la propria statualità araba indipendente e la resa definitiva del proprio futuro a un ordine americano in collasso». Nello stretto di Hormuz si spara per stabilire una nuova egemonia regionale.