La guerra è arrivata in una fase cruciale, sospesa tra rischi di escalation e speranze di pace. Dall’inizio dell’anno si è materializzato un fatto nuovo: gli ucraini hanno “preso l’iniziativa”. Con questo termine i manuali militari indicano la capacità di imporre le proprie scelte al nemico, costringendolo di fatto a subire i colpi con scarse possibilità di reazione. Non c’è stata una grande offensiva, ma tante piccole manovre coordinate che poco alla volta hanno messo in crisi l’esercito russo. A maggio i soldati di Putin hanno perso quasi 250 chilometri di terreno e la situazione peggiora.
Il comando di Mosca non è ancora riuscito a risolvere il caos organizzativo creato dai capricci di Elon Musk, che da gennaio ha gli interrotto le connessioni satellitari Starlink paralizzando la rete di comunicazione. Kiev ha sfruttato l’occasione per infilarsi nei settori dove gli invasori non avevano fortificato le posizioni. Li hanno scacciati dalla riva del Dnipro a sud di Zaporizhzhia e …
La guerra è arrivata in una fase cruciale, sospesa tra rischi di escalation e speranze di pace. Dall’inizio dell’anno si è materializzato un fatto nuovo: gli ucraini hanno “preso l’iniziativa”. Con questo termine i manuali militari indicano la capacità di imporre le proprie scelte al nemico, costringendolo di fatto a subire i colpi con scarse possibilità di reazione. Non c’è stata una grande offensiva, ma tante piccole manovre coordinate che poco alla volta hanno messo in crisi l’esercito russo. A maggio i soldati di Putin hanno perso quasi 250 chilometri di terreno e la situazione peggiora.
Il comando di Mosca non è ancora riuscito a risolvere il caos organizzativo creato dai capricci di Elon Musk, che da gennaio ha gli interrotto le connessioni satellitari Starlink paralizzando la rete di comunicazione. Kiev ha sfruttato l’occasione per infilarsi nei settori dove gli invasori non avevano fortificato le posizioni. Li hanno scacciati dalla riva del Dnipro a sud di Zaporizhzhia e minacciano l’intero schieramento nella pianura. Tengono saldamente il centro di Kupyansk, sbarrando la marcia sul Donetsk da nord.
Ora gli ucraini hanno scatenato una forma innovativa d’attacco. Da una settimana droni pilotati dall’intelligenza artificiale bloccano tutte le vie di rifornimento che collegano la Russia al fronte. Si spingono anche a cento chilometri sul Donbass, su Mariupol e persino sulla Crimea. Riconoscono da soli camion, cisterne, autobus e ne fanno strage: le strade sono costellate di veicoli in fiamme. Questo impedisce l’afflusso di rinforzi, munizioni, carburante.
Altri sciami di bombe volanti tormentano le raffinerie e le industrie in tutte le città russe. Si accaniscono soprattutto contro le esportazioni di petrolio, l’unica risorsa che permette la sopravvivenza dell’economia di Mosca. La somma dei raid contro i camion e contro gli impianti fa scarseggiare la benzina in molte zone della Crimea e del Donbass occupato. E, come si è visto a San Pietroburgo, l’impatto psicologico di queste operazioni è straordinario: impone a tutti i cittadini russi di fare i conti con la guerra e sfregia la credibilità di Vladimir Putin.
Il Cremlino può reagire aumentando i bombardamenti sui centri abitati e scagliare missili ancora più devastanti come l’Oreshnik. Finora però non ha piegato la determinazione degli ucraini. Può scegliere iniziative più clamorose, dall’aprire un nuovo fronte con la Bielorussia fino all’ipotesi estrema di ricorrere alle testate nucleari tattiche. Ma c’è una realtà inequivocabile che emerge dai campi di battaglia: nessuno dei contendenti è in grado di vincere ed entrambi devono misurarsi con problemi crescenti.
Putin sa che le finanze sono logore. L’aumento del petrolio causato dalla chiusura di Hormuz ha dato sollievo alle casse statali ma è un beneficio temporaneo. La macchina bellica divora tutti i fondi e mobilita i lavoratori, lasciando senza manodopera il resto delle attività. Presto dovrà decidere se tagliare il welfare e aumentare le tasse: scelte che abbasseranno ulteriormente il consenso popolare e accresceranno l’insofferenza degli oligarchi.
In Ucraina lo scenario non è migliore. Il maxiprestito della Ue garantisce la sopravvivenza fino al prossimo anno ma non si può prevedere se sarà rinnovato. Gli aiuti militari europei sono più numerosi, senza però supplire allo stop delle forniture Usa in alcuni settori chiave come le batterie anti-missile Patriot. La produzione nazionale di armamenti è decollata ma richiede sempre più operai e il capitale umano del Paese si sta esaurendo. C’è una carenza disperata di soldati, che apre buchi nei reparti e logora uomini in servizio dal 2022. Su tutto, poi, domina la prospettiva di un altro inverno di gelo e buio per la distruzione delle centrali elettriche. Per russi e ucraini proseguire la guerra significherebbe sacrifici enormi senza speranza di successo. Ed è per questo che potrebbe essere arrivata l’ora di fermare le armi.