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Khamenei a Trump: “L’America ha perso, non ci avete divisi”

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Ricordando Khomeini, la Guida suprema risponde al tycoon che si è detto pronto a vederlo: “Mai pace se Israele resta in Libano”
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Parla all’America per parlare ai suoi, Mojtaba Khamenei, nell’anniversario della morte del fondatore della Repubblica islamica, l’ayatollah Khomeini, che ha riunito a Teheran migliaia di persone. Solo poche ore prima Trump aveva ipotizzato di incontrarlo. I nemici hanno «subito una sconfitta schiacciante sul campo di battaglia», scrive la Guida suprema in un messaggio letto dalla tv di Stato, ma proprio per questo vogliono «dividere il paese», indebolire l’Iran seminando «dubbi, disperazione, paura, sfiducia».

Da quando è scattata la tregua, l’8 aprile, l’Iran combatte su due fronti. Il primo, è quello negoziale: una trattativa con gli Stati Uniti che si svolge sotto il fuoco e sotto un assedio economico senza precedenti. Il secondo, e più delicato, è quello interno. Il sistema ha investito energie e risorse per mantenere le piazze piene e mostrare unità all’esterno. Ma i leader sanno che un’ampia parte del paese in quelle piazze non andrebbe mai, condanna la guerra ma non sostie…

Parla all’America per parlare ai suoi, Mojtaba Khamenei, nell’anniversario della morte del fondatore della Repubblica islamica, l’ayatollah Khomeini, che ha riunito a Teheran migliaia di persone. Solo poche ore prima Trump aveva ipotizzato di incontrarlo. I nemici hanno «subito una sconfitta schiacciante sul campo di battaglia», scrive la Guida suprema in un messaggio letto dalla tv di Stato, ma proprio per questo vogliono «dividere il paese», indebolire l’Iran seminando «dubbi, disperazione, paura, sfiducia».

Da quando è scattata la tregua, l’8 aprile, l’Iran combatte su due fronti. Il primo, è quello negoziale: una trattativa con gli Stati Uniti che si svolge sotto il fuoco e sotto un assedio economico senza precedenti. Il secondo, e più delicato, è quello interno. Il sistema ha investito energie e risorse per mantenere le piazze piene e mostrare unità all’esterno. Ma i leader sanno che un’ampia parte del paese in quelle piazze non andrebbe mai, condanna la guerra ma non sostiene l’apparato. E tra i seguaci, anche i più convinti, le divisioni ribollono. Il negoziato con gli Stati Uniti non piace alle frange più estremiste, ai paydari che sono minoranza in parlamento ma molto attivi sui media di stato, per i quali ogni compromesso con l’America è una resa. La faglia si è aperta sui due temi cruciali del negoziato, Hormuz e il nucleare, e soprattutto sul Libano, dove infuriano gli attacchi dell’esercito israeliano.

L’“inazione” dell’Iran di fronte all’escalation ha suscitato critiche all’interno dell’establishment, nonostante Teheran abbia posto come condizione il cessate il fuoco su tutti i fronti per un accordo con gli americani. Ali Abdi, un analista radicale che scrive per Far News, agenzia vicina ai Pasdaran, mette in guardia i comandi: il prezzo da pagare potrebbe essere molto alto per l’Iran, la perdita del “consenso popolare” in Libano e una maggiore debolezza nello Stretto di Hormuz: «Non dobbiamo perdere aree per paura di un’altra guerra. Se oggi perdiamo aree di resistenza, domani sentiremo il rumore degli aerei nemici a Teheran e il blocco si stringerà».

Le frizioni interne contribuiscono a spiegare la pressione che i comandi militari iraniani stanno esercitando sul governo di Beirut. Esmail Ghaani, il capo della forza Quds, il corpo d’élite che si occupa delle operazioni all’estero, si è opposto al cessate il fuoco negoziato a Washington se questo non prevederà il ritiro di Israele «alle posizioni che occupava prima dell’inizio della guerra dei 40 giorni». Il messaggio agli Stati Uniti è arrivato anche dai canali del ministero degli Esteri: governate gli israeliani o reagiremo. «La regione non sarà mai stabile se Israele non si ritira dalle aree occupate in Libano», avvertono i Guardiani.

Dopo l’uccisione dello storico leader del partito-milizia libanese, Hassan Nasrallah, nel settembre del 2024, i Pasdaran hanno di fatto commissariato Hezbollah. Da Teheran arrivano comandanti e istruttori per riorganizzare la struttura militare secondo quella dottrina a Mosaico che per l’Iran ha funzionato nella guerra con l’America: decentralizzazione e autonomia delle unità e linee di successione dei comandi già decise in anticipo.

Lo fecero in due settimane, in assoluta segretezza, puntando su una generazione più giovane e dinamica, come ha raccontato le Figaro in una inchiesta dettagliata di George Malbrunot.

Per gli iraniani il Libano è fondamentale, al punto da condizionare l’intero negoziato con Trump. È un interesse strategico e una necessità ideologica: abbandonare Hezbollah significherebbe perdere credibilità agli occhi di tutti gli alleati regionali. Il partito di Dio è la prima linea nel cerchio di fuoco contro Israele: se disarmasse, Teheran sarebbe esposta, molto più esposta, un rischio che non può correre.

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