BEIRUT – È bagnato nel sangue l’accordo sul cessate il fuoco in Libano. Sancito mercoledì notte in America con la dichiarazione congiunta delle delegazioni libanese e israeliana, è stato bocciato poche ore dopo da Hezbollah. L’elenco dei luoghi colpiti ieri dall’Idf nel sud estinguerebbe lo spazio di questo articolo: droni, missili dai jet, artiglieria. E la replica di Hezbollah sono contrattacchi nel nord di Israele e contro l’occupazione israeliana nel sud del Libano.
La notizia dell’accordo è arrivata ieri all’alba, poco prima di quella dell’uccisione del sergente serbo Milovan Jovanovic: era un casco blu Onu nella sua prima missione di pace, un padre di famiglia 37enne. Altri due caschi blu, uno spagnolo e un salvadoregno, sono stati feriti nel medesimo incidente a Marjayoun, nel sud, dove da giorni infuria la battaglia. È stato un «colpo indiretto», come si chiamano tecnicamente quelli di mortaio o artiglieria, proveniente «dal nord del Litani», avverte Unifil. È la zona controll…
BEIRUT – È bagnato nel sangue l’accordo sul cessate il fuoco in Libano. Sancito mercoledì notte in America con la dichiarazione congiunta delle delegazioni libanese e israeliana, è stato bocciato poche ore dopo da Hezbollah. L’elenco dei luoghi colpiti ieri dall’Idf nel sud estinguerebbe lo spazio di questo articolo: droni, missili dai jet, artiglieria. E la replica di Hezbollah sono contrattacchi nel nord di Israele e contro l’occupazione israeliana nel sud del Libano.
La notizia dell’accordo è arrivata ieri all’alba, poco prima di quella dell’uccisione del sergente serbo Milovan Jovanovic: era un casco blu Onu nella sua prima missione di pace, un padre di famiglia 37enne. Altri due caschi blu, uno spagnolo e un salvadoregno, sono stati feriti nel medesimo incidente a Marjayoun, nel sud, dove da giorni infuria la battaglia. È stato un «colpo indiretto», come si chiamano tecnicamente quelli di mortaio o artiglieria, proveniente «dal nord del Litani», avverte Unifil. È la zona controllata da Hezbollah: Unifil parla di «indagini in corso sulle responsabilità», ma quelle parole sostanziano le accuse dell’Idf ai miliziani secondo cui è stato un loro colpo di mortaio.
La svolta diplomatica a Washington prova a rimettere indietro le lancette dell’orologio, riportando la storia travagliata del Libano alla risoluzione 1701 del 2006. Ma cerca di evitarne gli errori. Prevede un cessate il fuoco condizionato alle mosse che Hezbollah dovrebbe compiere, ma la realtà sul terreno è subito un’altra: «Non andate al sud, i combattimenti proseguono», avverte i civili libanesi un comunicato dell’Idf. Trump prova a minimizzare così l’aria di fallimento: «In Medio Oriente un cessate il fuoco significa sparare in modo più moderato». E assicura che «laggiù sta succedendo qualcosa, ho parlato con Hezbollah, Israele merita la pace».
Le tappe per far tacere i cannoni sono un sentiero tortuoso, passa dall’arretramento di Hezbollah a nord del fiume Litani con il progressivo trasferimento all’esercito libanese delle aree ora controllate dagli israeliani. Per il presidente libanese Joseph Aoun serve un bagno di realtà: è «l’ultima occasione» per un cessate il fuoco finale e complessivo. Beirut si dice pronta ad applicare l’intesa con il via libera di Hezbollah. Ma la risposta ufficiale dei miliziani con le parole del leader, lo sceicco Naim Qassem, è una totale bocciatura.
La tesi è che qualsiasi intesa debba iniziare con il ritiro completo di Israele. Altrimenti, dice Qassem, sarebbe «una tabella di marcia per lo sterminio di una parte e la riduzione in schiavitù del resto». Definisce «assurdi, umilianti e vergognosi» i negoziati diretti. Delineano «la sottomissione al progetto del Grande Israele»: «A noi – sostiene – interessa il ritiro di Israele» e «un cessate il fuoco totale, senza separazione tra il sud e il resto del Libano, e senza libertà per Israele di uccidere». Auspica che l’esercito si schieri «a sud del Litani» e «permetta alla popolazione di tornare a casa».
Pochi minuti dopo il discorso di Qassem le sirene sono suonate nel nord di Israele. Anche a Shlomi, dove poco prima erano in visita Netanyahu e diversi ministri. Ma al di là della violenza della guerra e delle parole di fuoco della politica, la macchina della tregua è in moto. Le ruspe dell’esercito libanese hanno iniziato a «rimuovere le barriere di terra erette dall’occupazione israeliana sulla strada di Dibbin, dove è iniziato il ritiro delle forze israeliane». Si riapre così la strada per Marjayoun», dove è stato ucciso il sergente dell’Onu. È il primo effetto concreto dell’accordo «con dispiegamento graduale» e «in coordinamento con Unifil». Unità specializzate rimuovono gli ordigni inesplosi.
A Sidone, però, prevale la diffidenza. «Ogni tanto annunciano un cessate il fuoco, ma si continua a morire. Torniamo a casa e veniamo sfollati di nuovo». E le parole del falco israeliano Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze, che ha ribadito di voler portare a un milione i coloni nella Cisgiordania occupata, non passano inosservate tra i profughi del Libano occupato.