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Dal disarmo dei miliziani al ritiro dell’Idf dal sud: i nodi irrisolti dell’accordo Israele-Libano

(afp)

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Al termine del quarto round di colloqui tra gli ambasciatori dei due Paesi sono stati annunciati i termini del fragile cessate il fuoco. Ma i punti stabiliti sollevano dubbi sulla fattibilità
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GERUSALEMME – I nuovi termini del fragile cessate il fuoco fra Israele e Libano sono stati annunciati al termine del quarto round di colloqui fra gli ambasciatori dei due Paesi, a Washington. Il negoziato non è concluso: nuovi colloqui si terranno il 22 giugno. «È l’ultima possibilità di raggiungere un cessate il fuoco definitivo», ha detto ieri il presidente libanese Joseph Aoun. Ma i punti stabiliti sollevano dubbi sulla fattibilità.

Stop degli attacchi di Hezbollah

Israele considera il gruppo sciita «minaccia esistenziale». Nella dichiarazione congiunta scrive che la propria sicurezza e la tutela dell’integrità territoriale «possono essere raggiunte solo attraverso il disarmo di Hezbollah, lo smantellamento delle sue infrastrutture, il ritiro dei combattenti da un’area tra il confine israeliano e il fiume Litani». Anche Beirut aspira a disarmare i miliziani ma teme di dividere il Paese, con il concreto rischio di guerra civile. Lo sceicco Naim Qassem, leader di Hezbollah, ieri…

GERUSALEMME – I nuovi termini del fragile cessate il fuoco fra Israele e Libano sono stati annunciati al termine del quarto round di colloqui fra gli ambasciatori dei due Paesi, a Washington. Il negoziato non è concluso: nuovi colloqui si terranno il 22 giugno. «È l’ultima possibilità di raggiungere un cessate il fuoco definitivo», ha detto ieri il presidente libanese Joseph Aoun. Ma i punti stabiliti sollevano dubbi sulla fattibilità.

Stop degli attacchi di Hezbollah

Israele considera il gruppo sciita «minaccia esistenziale». Nella dichiarazione congiunta scrive che la propria sicurezza e la tutela dell’integrità territoriale «possono essere raggiunte solo attraverso il disarmo di Hezbollah, lo smantellamento delle sue infrastrutture, il ritiro dei combattenti da un’area tra il confine israeliano e il fiume Litani». Anche Beirut aspira a disarmare i miliziani ma teme di dividere il Paese, con il concreto rischio di guerra civile. Lo sceicco Naim Qassem, leader di Hezbollah, ieri ha rifiutato di aderire. La sua richiesta per il cessate il fuoco preveda il ritiro completo delle truppe israeliane, il ritorno degli sfollati, la ricostruzione delle aree colpite, il rilascio dei detenuti.

Le zone pilota

Il testo parla della creazione di «zone pilota in cui l’esercito libanese, aiutato dagli Usa, assume il controllo esclusivo del territorio, escludendo ogni altro attore non statale»: Hezbollah-free. Nel piano mancano però mappe che indicano le aree e come andrebbe esercitato il controllo. Ma l’esercito israeliano non ha la forza né i fondi economici per farlo.

Separare il Libano dall’Iran

Il testo condanna gli «attacchi dell’Iran contro i Paesi della regione» e contiene riferimenti alla necessità di separare i due conflitti. «Il futuro delle relazioni va deciso dai due governi sovrani. Respingiamo ogni tentativo, da parte di attori statali e non, di tenere in ostaggio il futuro del Libano». Formula per impedire a Teheran di usare Hezbollah e il Libano come merce di scambio nei negoziati per il suo conflitto. Ma Hezbollah agisce in coordinamento con gli ayatollah ed è stata proprio Teheran a minacciare Trump di far saltare il banco dell’altro negoziato se non avesse fermato i raid su Beirut.

L’Idf mantiene le posizioni

L’esercito israeliano resta nella cosiddetta “linea gialla”. L’accordo non specifica però aree o tabelle di marcia, né per il ritiro israeliano né per l’evacuazione di Hezbollah. Ma secondo l’Idf le operazioni di bonifica richiedono ancora settimane. Ieri l’esercito ha diramato un avviso agli abitanti del Libano meridionale, affermando che continuerà a colpire le «infrastrutture di Hezbollah all’interno e nei pressi dell’area a sud del fiume Zahrani. Chi entra in quell’area mette a rischio la propria vita».

1982, ieri come oggi

Le minacce a Beirut. Un presidente americano infuriato al telefono. L’offensiva fermata last minute. I fatti degli ultimi giorni hanno un precedente storico: il teso scambio del 1982 fra Ronald Reagan e Menachem Begin che ricalca nei termini quello avvenuto fra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Solo che al posto di Hezbollah c’era l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. «Ero furioso», scrisse Reagan nel suo diario. «Dissi a Begin che doveva fermarsi, altrimenti il futuro del nostro rapporto sarebbe stato in pericolo. Usai deliberatamente la parola Olocausto». In mezz’ora, i bombardamenti cessarono.

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