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Nimrod Novik: “Netanyahu ha le mani legate, in Libano ormai decidono gli Stati Uniti e l’Iran”

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Intervista all’ex ambasciatore israeliano e primo consigliere diplomatico di Shimon Peres. “Bibi e Trump non hanno un rapporto speciale, sono utili uno all’altro. Dopo il fallimento di Hormuz, il tycoon non lo ha mollato solo perché gli serve per le midterm”
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«La libertà di azione di Israele in Libano, ormai, è determinata da Teheran». È la conclusione a cui arriva Nimrod Novik, veterano degli ambasciatori israeliani e già primo consigliere diplomatico di Shimon Peres, analizzando i teatri di conflitto in cui è coinvolto lo Stato ebraico e il negoziato di Washington che ha stabilito un nuovo, fragile, cessate il fuoco.

Perché da Teheran?

«La Repubblica islamica ha costretto gli Stati Uniti a rinunciare a una delle condizioni per l’accordo di pace: la fine del sostegno ai suoi proxies, come Hezbollah. Quindi quando Netanyahu, spinto dai suoi ministri estremisti, ha dato l’ordine di bombardare di nuovo Beirut, l’Iran ha minacciato di far saltare l’accordo e Trump ha subito fermato il premier di Israele».

La famosa telefonata del “Sei un pazzo, cosa stai facendo?”.

«Quella. Eppure Netanyahu aveva appena ottenuto dal presidente Usa l’ok all’offensiva nel Libano meridionale, libertà d’azione giustificata dal fatto che si tratta di autodife…

«La libertà di azione di Israele in Libano, ormai, è determinata da Teheran». È la conclusione a cui arriva Nimrod Novik, veterano degli ambasciatori israeliani e già primo consigliere diplomatico di Shimon Peres, analizzando i teatri di conflitto in cui è coinvolto lo Stato ebraico e il negoziato di Washington che ha stabilito un nuovo, fragile, cessate il fuoco.

Perché da Teheran?

«La Repubblica islamica ha costretto gli Stati Uniti a rinunciare a una delle condizioni per l’accordo di pace: la fine del sostegno ai suoi proxies, come Hezbollah. Quindi quando Netanyahu, spinto dai suoi ministri estremisti, ha dato l’ordine di bombardare di nuovo Beirut, l’Iran ha minacciato di far saltare l’accordo e Trump ha subito fermato il premier di Israele».

La famosa telefonata del “Sei un pazzo, cosa stai facendo?”.

«Quella. Eppure Netanyahu aveva appena ottenuto dal presidente Usa l’ok all’offensiva nel Libano meridionale, libertà d’azione giustificata dal fatto che si tratta di autodifesa, concetto internazionale e legittimo, visti gli attacchi di Hezbollah. Poi però ha voluto allargare alla capitale libanese, e Trump si è messo di traverso».

La decisione del premier israeliano nasceva solo dalla spinta dei ministri messianici?

«No, anche da un’altra considerazione strategica fallimentare. Il capo di Stato maggiore era uscito con una dichiarazione pubblica, devo dire coraggiosa, sostenendo che l’Idf avesse ottenuto in Libano tutto quel che si poteva ottenere con la forza, e che fosse arrivato il tempo della diplomazia. Il messaggio implicito era che il governo stesse limitando la capacità dell’esercito di fare di più, e questo per Netanyahu era inaccettabile».

L’esito negativo della guerra all’Iran e gli screzi sul Libano possono mettere in crisi il rapporto tra il premier e Trump?

«Io non penso che abbiano mai avuto una relazione speciale, entrambi sono guidati solo da considerazioni politiche. Trump vede in lui un partner utile, che non ha scaricato neppure quando ha realizzato l’errore che è stato indotto a compiere da Netanyahu, il quale gli aveva prospettato il crollo del regime iraniano».

E perché non lo ha mollato?

«Sarebbe stato come ammettere che attaccare l’Iran è stato un errore, Trump non può farlo. Inoltre nella sua base elettorale Israele gode ancora del sostegno degli evangelici, e di essi il tycoon ha bisogno per le elezioni di midterm. Quindi è cauto con Bibi: lo loda in pubblico, lo pressa in privato».

È vero anche il contrario: vantare il legame con Trump è una delle poche carte a disposizione di Netanyahu per il voto di autunno.

«Vero. E il suo incubo è che Trump prima delle elezioni scriva su Truth qualcosa che lo possa uccidere politicamente».

Tipo?

«Basterebbe un apprezzamento rivolto a uno dei leader di opposizione. Durante l’ultima visita alla Knesset, Yair Lapid tenne un discorso alla fine del quale Trump disse “Mi piace questo tipo”, e tutti lo sentirono. Quella sera di sicuro Netanyahu non ha dormito bene. Il presidente Usa gli aveva mandato un messaggio: comportati bene o parlerò».

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