Gli ordini di evacuare, poi le bombe: a Tiro restano soltanto le macerie
dal nostro inviato Paolo BreraTIRO – Boato, fumo. Il rumore inconfondibile delle turbine di un jet. «È Mansour», puntano il dito verso la polvere a una decina di chilometri da noi. Mansour è un villaggio a nord della Yellow line, la «zona cuscinetto» che Israele ha occupato nel sud del Libano dopo il cessate il fuoco. Da settimane quella linea continua a salire verso nord.
Appena partiti in auto da Beirut, Israele aveva diramato un nuovo ordine di evacuazione: erano tutti villaggi sopra il fiume Litani, dove l’Idf ha da tempo alzato il limite delle terre sicure per i civili. Da un po’ lo aveva spostato ancora più a nord, sul fiume Zahrani. Guardiamo mappe e allarmi: l’ordine riguarda anche paesi come Aarnay e Anquoun, nell’entroterra di Sidone: ben più a nord anche dello Zahrani.
L’autostrada verso sud è deserta. L’esodo forzato ha preso vie secondarie che attraversano i paesi evacuati. Silenzio, sole a picco. Un motorino smarmitta tra carcasse di auto sventrate dai droni e non ancora rimosse. Distese di bananeti,…
TIRO – Boato, fumo. Il rumore inconfondibile delle turbine di un jet. «È Mansour», puntano il dito verso la polvere a una decina di chilometri da noi. Mansour è un villaggio a nord della Yellow line, la «zona cuscinetto» che Israele ha occupato nel sud del Libano dopo il cessate il fuoco. Da settimane quella linea continua a salire verso nord.
Appena partiti in auto da Beirut, Israele aveva diramato un nuovo ordine di evacuazione: erano tutti villaggi sopra il fiume Litani, dove l’Idf ha da tempo alzato il limite delle terre sicure per i civili. Da un po’ lo aveva spostato ancora più a nord, sul fiume Zahrani. Guardiamo mappe e allarmi: l’ordine riguarda anche paesi come Aarnay e Anquoun, nell’entroterra di Sidone: ben più a nord anche dello Zahrani.
L’autostrada verso sud è deserta. L’esodo forzato ha preso vie secondarie che attraversano i paesi evacuati. Silenzio, sole a picco. Un motorino smarmitta tra carcasse di auto sventrate dai droni e non ancora rimosse. Distese di bananeti, il verde intenso degli agrumeti sostiene arance, limoni e bergamotti appesi agli alberi come palle di Natale. Ecco Sarafand, un altro paese nella lista: una palazzina, laggiù, è in fumo.
Il ponte sul Litani, colpito tempo fa dagli israeliani per tagliare fuori il sud dal resto del Paese, è ancora squinternato ma si passa. La strada costiera alla periferia di Tiro è un deserto suburbano. Capannoni abbandonati, grandi magazzini chiusi, palazzine abbattute. Qualche bar resta aperto, un uomo presidia un grande negozio di ceramiche senza più vetrine, schegge di vetro ovunque. «Questo è nuovo», dice Hassan accelerando. Più ti avvicini al centro, più Tiro ti viene incontro con la sua sventurata bellezza. Ecco le rovine di Al-Bass, uno dei più grandi ippodromi romani: vento e cicale, e l’ombra sbilenca di questo grattacielo schiantato dalle bombe a pochi metri dalle colonne. Via Abou Deib, a sinistra: i blindati dell’esercito, le macerie dei palazzi. «Sono venuta via da lì una settimana fa, abbiamo affittato un appartamento al limite del quartiere cristiano: ci sentiamo più sicuri», racconta Yana. Ha 5 bimbi affamatati a cui ha appena cucinato pranzo: «Cessate il fuoco? La guerra continuerà per un pezzo».
La città è deserta. Molti si sono trasferiti al nord, altri hanno fatto come Yana. Ora è lì, nel suo quartiere cristiano incuneato nel promontorio sul mare, che Tiro resiste ai bombardamenti. Israele ha ordinato l’evacuazione di tutta la città, ma ha escluso quel settore. Nei giorni scorsi, però, ha detto di aver individuato decine di militanti di Hezbollah nascosti lì, e ha avvertito la comunità che avrebbe «agito militarmente» se non li avessero allontanati.
I vicoletti del porto e il miele delle case basse. Le magnolie, le persiane blu. La cattedrale merlata di Notre Dame del Mare, i boutique hotel, gli arabeschi di legno. Il ferro battuto dei terrazzi, la croce di conchiglie nella vetrinetta votiva ortodossa. «Non faccia domande, abbiamo paura», dice un uomo tirando dritto nei vicoli contorti. Sbucano tra le barche dei pescatori, o sulla sabbia d’oro di questa spiaggia immensa. Preso qualcosa? «Uno solo», dicono i bambini con la canna da pesca.
Davanti al “Titanic”, un barcone bar a due piani ostinatamente aperto senza clienti, gli uomini giocano a scala 40 e a una sua variazione locale. Sigarette e narghilè, «qui siamo tutti insieme, di qualunque religione», dice Mohammed il pescatore, che ha perso il dito appeso a una sagola, e ha lasciato il cuore su una barca in secca. «Il grosso del pesce è in direzione degli israeliani, cosa vado a fare a pescare?».
Alice e Matteo, la coordinatrice medica e il logista italiani di Msf, sono appena rientrati dall’ospedale di Jabel Amel: «Due giorni fa hanno colpito i tre palazzi accanto, la situazione è molto difficile. Hanno fatto saltare la terapia intensiva, 400 pannelli solari e 200 finestre. Medici e staff sono stremati, e lo stress si accumula. Raccoglie i pazienti dei paesi vicini, ormai svuotati. C’era un presidio a Cana, ma era vicino al fronte e in emergenza perenne: non c’è rimasto quasi nessuno. Più giù non ne parliamo: oltre la Yellow line non esiste niente, tutto distrutto».
Nel Teatro nazionale libanese, sui velluti rossi dormono 15 famiglie di profughi: 48 persone. Moustafa Istanbul, 45 anni, ci è arrivato un mese fa da Aitit: «Scappato in piena notte, l’ordine di evacuazione è arrivato alle 3. Mia sorella mi ha svegliato, ho preso le bombole di ossigeno di mamma e siamo volati qui mentre attaccavano il paese vicino, Basurie». Tornato? «Mai. So che hanno distrutto casa e il melograno, abbattuto il limone e ucciso i polli. In paese eravamo duemila, ora non c’è più nessuno». A Mansour, dove abbiamo visto il bombardamento, viveva Fatima Jaber, 49 anni: «Ho tremato tutta notte prima di partire, non ho l’auto e mamma non è autosufficiente», racconta. Il paese, dice, oggi è «quasi completamente distrutto».
Rodolf, 23 anni, nel suo minimarket “Dany” vende uova ai musulmani e vino ai cristiani: «Di solito servo turisti australiani e arabi, francesi e libanesi che tornano d’estate. Ma ho anche più lavoro, coi profughi». La salsedine, i riverberi sul mare di perle. I bistrot chiusi, la brezza, i fondali da sogno. E le bombe israeliane, laggiù. «Certo che ho paura», dice Hossein Tairik, 60 anni, al suo banco del mercatino dove Iman compra coriandolo e peperoni per la zuppa di mulukhiyah. «Quando sente l’aereo — dice Zena, 34 anni — la mia piccola Talia a 2 anni si mette a urlare: “Bum-bum, mamma”. Poi corre sul balcone, a guardare in su».