La battaglia per il controllo dello stretto di Hormuz si gioca sui radar: gli americani cercano di accecare gli iraniani e consentire così il transito delle navi, Teheran risponde colpendo gli occhi americani nel Golfo. È successo anche nella notte tra venerdì e ieri: i pasdaran hanno lanciato quattro droni contro imbarcazioni che tentavano di attraversare lo Stretto. Il comando militare Usa (Centom) ha bersagliato le posizioni militari iraniane sull’isola di Qeshm e i sistemi radar vicino alla città costiera di Sirik, due dei punti di osservazione strategici da cui Teheran monitora il Golfo. In risposta, i Guardiani hanno lanciato sette missili contro basi americane nel Bahrein e nel Kuwait, tutti abbattuti, dice il Centocm.
È la guerra di attrito navale che si combatte orami da un mese nelle acque di Hormuz, dove gli americani tentano di forzare il blocco iraniano per indebolire Teheran al tavolo del negoziato. Il New York Times scrive che a maggio gli Stati Uniti sono riusciti a sc…
La battaglia per il controllo dello stretto di Hormuz si gioca sui radar: gli americani cercano di accecare gli iraniani e consentire così il transito delle navi, Teheran risponde colpendo gli occhi americani nel Golfo. È successo anche nella notte tra venerdì e ieri: i pasdaran hanno lanciato quattro droni contro imbarcazioni che tentavano di attraversare lo Stretto. Il comando militare Usa (Centom) ha bersagliato le posizioni militari iraniane sull’isola di Qeshm e i sistemi radar vicino alla città costiera di Sirik, due dei punti di osservazione strategici da cui Teheran monitora il Golfo. In risposta, i Guardiani hanno lanciato sette missili contro basi americane nel Bahrein e nel Kuwait, tutti abbattuti, dice il Centocm.
È la guerra di attrito navale che si combatte orami da un mese nelle acque di Hormuz, dove gli americani tentano di forzare il blocco iraniano per indebolire Teheran al tavolo del negoziato. Il New York Times scrive che a maggio gli Stati Uniti sono riusciti a scortare circa 100 mercantili, in entrate e in uscita dal Golfo, nonostante la navigazione rimanga rischiosa.
Per gli iraniani il danno è doppio: ai costi della guerra si aggiungono le perdite nelle vendite di petrolio causate dal blocco dei porti americano. Secondo i dati della società di intelligence Kpler, le esportazioni iraniane di greggio e condensati sono crollate da quasi 2 milioni di barili al giorno a meno di 300mil nel mese di maggio, un buco di oltre 6 miliardi di ricavi.
Il cessate il fuoco sembra tenere, ma se lo stallo nelle trattative dovesse durare ancora a lungo il rischio di una ripresa della guerra aumenterebbe. Ieri la macchina della diplomazia sembrava essersi rimessa in moto: il ministro degli interni pachistano è volato a Teheran con un messaggio per Khamenei del maresciallo Munir, il capo dell’esercito di Islamabad, mentre il comandante delle forze armate libanesi arrivava nella capitale pachistana.
La trattativa tra Iran e Stati Uniti è strettamente legata al negoziato libanese, senza una tregua piena e duratura a Beirut tutto il processo è in bilico. L’altro nodo cruciale riguarda i fondi iraniani bloccati all’estero.
Teheran esige che almeno il 50per cento dei suoi soldi venga rilasciato alla firma di un accordo, gli americani finora hanno rifiutato di farlo. Due giorni fa sembrava esserci stata un’apertura almeno sul nucleare, così ha lasciato intendere Rafael Grossi, il segretario dell’Aiea, l’agenzia internazionale per l’energia atomica, parlando di «un accordo quadro vicino». Ma gli iraniani non si fidano di Grossi almeno quanto non credono a Trump: ricordano la mozione di censura contro l’Iran, presentata al board dell’agenzia, che precedette l’attacco americano del 2025. «Se l’Aiea vuole contribuire a una soluzione diplomatica, deve evitare di trasformare un rapporto tecnico in uno strumento di pressione politica», dice il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi. In un rapporto riservato, l’Aiea si era detta preoccupata per la mancanza di accesso ai siti nucleari iraniani e di informazioni sullo stato dell’uranio e del programma nucleare. Teheran respinge le accuse sostenendo che non si tratti di una scelta politica ma tecnica: i bombardamenti americani hanno reso inaccessibili i siti. Scontri negoziali che lasciano irrisolti tutti i nodi più delicati, nonostante il presidente americano Donald Trump continui a ostentare sicurezza: gli iraniani non hanno ancora firmato, ha detto, perché sono «forti» e «orgogliosi», ma in definitiva «non hanno altra scelta».