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Al summit palestinese del Cairo rispunta l’eterno Dahlan come uomo chiave della pacificazione

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L’ex plenipotenziario di Arafat inviso ad Abu Mazen potrebbe giocare un ruolo nella trattativa sul futuro della Striscia
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Come rinchiusa in un cubo di specchi, la storia della Palestina sembra imprigionata nei volti di poche figure. Uno è quello ombroso di Mohammed Dahlan, 65 anni, un tempo plenipotenziario di Yasser Arafat a Gaza e poi esule dalla Striscia e infine anche dalla Cisgiordania, approdo negli Emirati, l’uomo che ritorna sempre e alla fine non torna mai. Si parla di nuovo di lui nella ricerca di una salvezza possibile per Gaza, e chissà.

In questi giorni al Cairo l’Egitto sta tentando l’ennesimo summit intra-palestinese, ci sono Hamas, la Jihad islamica, il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), non c’è il Fatah del destato presidente Abu Mazen, ma c’è appunto il Movimento per la Riforma Democratica di Dahlan. L’obiettivo è provare a rompere l’impasse sul piano Gaza del presidente Trump, che ha ottenuto il cessate il fuoco ma poi nulla più: Israele continua a rosicchiare pezzi di terra palestinese, Hamas è ferma nel rifiuto di cedere le armi senza il ritiro degli israelian…

Come rinchiusa in un cubo di specchi, la storia della Palestina sembra imprigionata nei volti di poche figure. Uno è quello ombroso di Mohammed Dahlan, 65 anni, un tempo plenipotenziario di Yasser Arafat a Gaza e poi esule dalla Striscia e infine anche dalla Cisgiordania, approdo negli Emirati, l’uomo che ritorna sempre e alla fine non torna mai. Si parla di nuovo di lui nella ricerca di una salvezza possibile per Gaza, e chissà.

In questi giorni al Cairo l’Egitto sta tentando l’ennesimo summit intra-palestinese, ci sono Hamas, la Jihad islamica, il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), non c’è il Fatah del destato presidente Abu Mazen, ma c’è appunto il Movimento per la Riforma Democratica di Dahlan. L’obiettivo è provare a rompere l’impasse sul piano Gaza del presidente Trump, che ha ottenuto il cessate il fuoco ma poi nulla più: Israele continua a rosicchiare pezzi di terra palestinese, Hamas è ferma nel rifiuto di cedere le armi senza il ritiro degli israeliani e comunque mai a un governo che non sia palestinese.

Il volenteroso Maldenov, il diplomatico bulgaro chiamato a fare da Alto Rappresentante per Gaza per conto del Board of Peace trumpiano, ha ideato un piano di decommissioning, sul modello di quanto accadde con l’Ira irlandese, che prevede il disarmo graduale di Hamas proporzionato al ritiro graduale di Israele e alla formazione di una governance palestinese. Israele però rifiuta qualsiasi ritorno di Hamas alla guida dell’enclave e non vuole neppure l'Autorità Palestinese, pretende il disarmo senza prima iniziare il ritiro dalla Striscia. Il gruppo armato vuole invece che Israele rispetti i suoi impegni della fase 1, come riaprire il valico di Rafah, prima di fare qualsiasi altra cosa, e chiede la nascita di un'amministrazione palestinese per prendere in considerazione la consegna di qualsiasi arma. Nel frattempo Gaza muore, affogata nella miseria.

Ma qui sta il punto: senza una leadership in grado di mantenere il controllo dell’enclave nonostante la presenza armata di Hamas nessun processo di decommissioning è possibile. E qui rispunta fuori il nome di Mohammed Dahlan. Negli incontri di questi giorni al Cairo si discuterà anche di un suo possibile ruolo, scrive l’Ap e lo confermano a Repubblica fonti palestinesi. Dahlan sta cercando di convincere Hamas a far insediare il comitato tecnico a Gaza e a trasferirgli le responsabilità per far avanzare il piano di pace.

L’Egitto spinge per una soluzione, teme che l’abbandono di Gaza diventi un enorme problema di sicurezza ai suoi confini e che Israele punti a conquistarla. Che sia però Dahlan l’uomo del possibile compromesso è tutto da vedere.

Cresciuto nei palazzoni senza intonaco di Khan Yunis, spalla a spalla con Yayah Sinwar, la mente del 7 ottobre, fu il fondatore del movimento giovanile di Fatah, finì nelle prigioni israeliane durante la seconda Intifada, come molti palestinesi di quella generazione imparò l’ebraico in cella per capire il nemico e divenne poi il potente capo della sicurezza preventiva di Fatah a Gaza dopo gli accordi di Oslo, lo volle nel ruolo Yasser Arafat.

Conosceva tutto, conosceva tutti a Gaza Dahlan, si era mangiato la Striscia dando la caccia a quelli di Hamas da cui finì poi per essere cacciato. Nel 2007, dopo il golpe degli islamisti, costretto all’esilio. Non durò neppure in Cisgiordania: Abu Mazen non l’aveva mai sopportato, considerandolo un rivale e un infedele. Lo accusò di tradimento, di aver infangato i figli passando alla procura le carte sulla loro presunta corruzione, su di lui pende ancora adesso un ordine di arresto.

Dahlan lasciò Ramallah nel 2011 trasferendosi negli Emirati e diventando consigliere del principe Mbz. Si dice sia diventato anche milionario, oltreché consigliere. Il capo dello Shin Bet, il servizio segreto interno di Israele, lo avrebbe incontrato ad Abu Dhabi poche settimane fa forse per sondare la sua disponibilità su Gaza. Ma lo stesso Dahlan sembra non crede nell’uomo della provvidenza, almeno così dichiarò all’Economist quando ci avvicinava il cessate il fuoco. Dopo, disse, sarebbe stato necessario un governo collegiale, un esecutivo di transizione per guidare Gaza. Dal Cairo a Tel Aviv però è proprio quello che cercano i paesi vicini, un uomo forte per dominare Hamas.

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