Dal caso Pollard alle intercettazioni di Witkoff, la lunga guerra di spionaggio tra Usa e Israele
di Enrico FranceschiniLONDRA – “Noi non spiamo gli Stati Uniti”. Israele risponde così alle indiscrezioni raccolte da New York Times e Nbc News secondo cui nell’ultimo anno il Mossad ha cercato di intercettare le conversazioni telefoniche di Steve Witkoff, il super negoziatore americano per la guerra a Gaza e in Iran, oltre che di altri alti funzionari dell’amministrazione Trump, con l’obiettivo di scoprire le intenzioni di Washington, specie quando la Casa Bianca ha cominciato a frenare gli attacchi di Gerusalemme. Eppure, nel mondo dell’intelligence internazionale è notorio che anche gli alleati si spiano fra loro; e nel passato non mancano le prove di quanto lo Stato ebraico abbia spiato l’America, a partire dall’episodio più clamoroso, quello di Jonathan Pollard, l’analista del Pentagono condannato nel 1985 all’ergastolo per avere passato segreti di stato a Israele.
Tra i servizi segreti americani e quelli israeliani esiste una collaborazione così stretta, forse senza eguali a livello globale, da fare …
LONDRA – “Noi non spiamo gli Stati Uniti”. Israele risponde così alle indiscrezioni raccolte da New York Times e Nbc News secondo cui nell’ultimo anno il Mossad ha cercato di intercettare le conversazioni telefoniche di Steve Witkoff, il super negoziatore americano per la guerra a Gaza e in Iran, oltre che di altri alti funzionari dell’amministrazione Trump, con l’obiettivo di scoprire le intenzioni di Washington, specie quando la Casa Bianca ha cominciato a frenare gli attacchi di Gerusalemme. Eppure, nel mondo dell’intelligence internazionale è notorio che anche gli alleati si spiano fra loro; e nel passato non mancano le prove di quanto lo Stato ebraico abbia spiato l’America, a partire dall’episodio più clamoroso, quello di Jonathan Pollard, l’analista del Pentagono condannato nel 1985 all’ergastolo per avere passato segreti di stato a Israele.
Tra i servizi segreti americani e quelli israeliani esiste una collaborazione così stretta, forse senza eguali a livello globale, da fare dubitare che non possano fidarsi gli uni degli altri: una cooperazione iniziata formalmente nel 1951, tre anni dopo la creazione dello stato di Israele, quando la Cia e il Mossad si impegnarono a non spiarsi a vicenda. Ma ci sono sempre state eccezioni alla regola e sono andate avanti sino ai giorni nostri. È una storia opaca, in cui non sempre è possibile distinguere la verità dalla fantasia: sicuramente si legge come un romanzo. Di spionaggio.
Il futuro presidente
Già prima del 1948, agenti e simpatizzanti del sionismo formano reti clandestine negli Usa per raccogliere armi e informazioni. Nel 1954 un’indagine dell’esercito americano accusa l’attaché militare dell’ambasciata israeliana a Washington, il colonnello Chaim Herzog, del tentativo di reclutare una guardia della sede diplomatica della Giordania affinché spiasse per conto di Gerusalemme. L’attaché non viene incriminato e l’accusa non danneggia la sua carriera: trent’anni dopo l’ex-colonnello viene eletto presidente di Israele (suo figlio, Isaac Herzog, è l’attuale presidente israeliano). In altri casi della stessa epoca ci sono stati sospetti che ufficiali e funzionari americani facessero il doppio gioco per lo Stato ebraico.
L’uranio scomparso
Negli anni Sessanta lo spionaggio israeliano in America si intensifica, in particolare per acquisire informazioni riservate di natura tecnico-scientifica utili al programma di Gerusalemme per costruire armi atomiche. Un’altra priorità delle spie israeliane è la sorveglianza di attivisti arabo-americani e palestinesi negli Stati Uniti, ma in questo campo spesso collaborano con la Cia e con l’Fbi. L’incidente più grave di tale
periodo risale al 1965, quando più di 90 chili di uranio, arricchito al grado necessario per fabbricare ordigni nucleari, spariscono da una centrale atomica in Pennsylvania, il cui presidente, Zalman Shapiro, è un leader sionista americano legato al governo israeliano. Le prove non sono mai state trovate, un’inchiesta pubblica si è trascinata per anni senza arrivare a una ipotesi definitiva, ma l’opinione dominante è che l’uranio sia finìito Dimona, la segretissima base nucleare nel deserto del Negev dove Israele, negli stessi anni, crea la propria prima bomba atomica.
Il caso Pollard
La dimostrazione più plateale che Israele spia perfino un alleato stretto e di cruciale importanza come gli Stati Uniti arriva nel 1985, quando Jonathan Pollard, un analista americano di origine ebraica della U.S. Navy, viene arrestato per avere fornito a Israele documenti top secret. L’inchiesta rivela due motivazioni: ideologiche (aiutare lo Stato ebraico) e finanziarie (ricompense in denaro). Interrogato, Pollard confessa di avere consegnato a emissari israeliani per anni, due volte alla settimana, le carte da lui fotocopiate al Pentagono.
In tutto si ritiene che abbia passato a Israele 800 documenti e 1500 messaggi di intelligence su capacità militari arabe e sovietiche in Medio Oriente e sulla valutazione Usa delle capacità militari israeliane, rivelando metodi e segreti dello spionaggio americano. L’imbarazzo è enorme. “Non riesco a immaginare un danno più grave alla nostra sicurezza nazionale”, dichiara il segretario alla Difesa Usa Caspar Weinberger, uno dei più fidati ministri del presidente Reagan. Al processo, riconosciutosi colpevole, Pollard è condannato all’ergastolo: il primo americano che riceve una sentenza a vita per spionaggio per conto di un Paese alleato. Ma nel 2015, dopo trent’anni di carcere (durante i quali riceve la cittadinanza israeliana), viene rilasciato ed emigra immediatamente in Israele, dove è accolto personalmente dal primo ministro Benjamin Netanyahu, che lo ringrazia pubblicamente.
Il mistero Maxwell
Sempre a metà degli anni Ottanta, Rafi Eitan, l’agente del Mossad membro del commando israeliano che nel 1960 catturò il criminale di guerra nazista Adolf Eichmann in Argentina, ruba da una società informatica di Washington il Promis, un potente software destinato a una varietà di funzioni ma clandestinamente capace di ritrasmettere tutte le informazioni contenute dai computer di chi lo utilizza. In seguito, il medesimo software viene venduto in tutto il mondo, compresi i servizi segreti di Russia, Cina, India e altri Paesi, da Robert Maxwell, ricco uomo d’affari britannico, editore di spregiudicati tabloid a Londra, sospettato per le sue origini ebraiche di essere un collaboratore del Mossad. Ad assisterlo nell’operazione è John
Tower, un senatore americano poi morto in un incidente aereo nel 1991, lo stesso anno della misteriosa morte dello stesso Maxwell, apparentemente caduto dal proprio yacht, il Lady Ghislaine (dal nome di sua figlia, più tardi diventata l’amante e la complice del finanziere americano Jeffrey Epstein nello scandalo di abusi sessuali per il quale sta scontando una condanna a 20 anni di carcere), mentre urinava nudo in mare. L’inchiesta esclude sia l’omicidio che il suicidio, ma una teoria della cospirazione sostiene che Maxwell sia stato assassinato dal Mossad per chiudergli la bocca per sempre, perché minacciava di rendere noto il suo ruolo nel complotto, sperando così di evitare il collasso finanziario. Vero? Falso? Di certo c’è che è stato sepolto con tutti gli onori sul monte degli Ulivi a Gerusalemme, dopo un funerale a cui hanno preso parte il primo israeliano Yitzhak Shamir, il presidente di Israele Chaim Herzog e sei capi o ex-capi dell’intelligence israeliana.