La folla riunita in piazza come ogni sera a sostegno della Repubblica islamica esulta mentre il cielo sopra Teheran si illumina dei missili lanciati verso Israele. È notte nella capitale iraniana, i Pasdaran rivendicano l’attacco: «la promessa è mantenuta», concedendo alla base inquieta l’orgoglio della vendetta. La tregua è rotta, il messaggio è chiaro: la Repubblica islamica non è più quella di Ali Khamenei, che governò per trent’anni minacciando “morte a Israele” e “morte all’America” ma guardandosi bene dal tradurre lo slogan in dottrina militare. La nuova generazione di comandanti assurta al potere sotto le bombe di Trump e la guida del figlio Mojtaba, non si considera sconfitta, al contrario: ha acquistato fiducia, forte della capacità dimostrata finora di assorbire la pressione militare, economica e politica esercitata due grandi potenze.
I media di stato si affrettano a riportare le parole che avrebbe pronunciato lo stesso Khamenei, dopo aver autorizzato l’attacco a Israele: «…
La folla riunita in piazza come ogni sera a sostegno della Repubblica islamica esulta mentre il cielo sopra Teheran si illumina dei missili lanciati verso Israele. È notte nella capitale iraniana, i Pasdaran rivendicano l’attacco: «la promessa è mantenuta», concedendo alla base inquieta l’orgoglio della vendetta. La tregua è rotta, il messaggio è chiaro: la Repubblica islamica non è più quella di Ali Khamenei, che governò per trent’anni minacciando “morte a Israele” e “morte all’America” ma guardandosi bene dal tradurre lo slogan in dottrina militare. La nuova generazione di comandanti assurta al potere sotto le bombe di Trump e la guida del figlio Mojtaba, non si considera sconfitta, al contrario: ha acquistato fiducia, forte della capacità dimostrata finora di assorbire la pressione militare, economica e politica esercitata due grandi potenze.
I media di stato si affrettano a riportare le parole che avrebbe pronunciato lo stesso Khamenei, dopo aver autorizzato l’attacco a Israele: «Il vacillante regime sionista è agli ultimi rantoli». Non è solo retorica, è un cambio di strategia. La Repubblica islamica di Mojtaba vuole stabilire una nuova equazione: non sono più i proxies regionali a fare da scudo a Teheran, a preservarla da un conflitto guerreggiato, ma è l’Iran il protettore della sua rete di alleanze. E dunque Haifa per Beirut, Tel Aviv per Teheran. Colpo su colpo, fine dell’ambiguità strategica che ha segnato 30 anni di regime.
«Avevamo avvertito ripetutamente che l’Iran non avrebbe tollerato violazioni del cessate il fuoco e attacchi al Libano: gli aggressori hanno ricevuto la loro risposta questa sera», chiarisce Moshen Rezaei, ex comandante dei Pasdaran e ora consigliere militare di Khamenei. Che la realtà sia davvero questa, che l’Iran sia davvero uscito più forte dalla guerra, importa relativamente per la tenuta del cessate il fuoco: quel che conta è la percezione, più pericolosa. Gli iraniani sentono la morsa, osservano il nemico mentre tenta di strangolarli, e pensano di avere le carte per ribaltare il tavolo. La strategia di Trump e Netanyahu, a Teheran, appare chiara, trattare e attaccare insieme, per indebolire economicamente il paese e sfaldare il cosiddetto Asse della Resistenza.
«Il calcolo nel sistema è cambiato: il rischio di una ripresa della guerra viene giudicato più sopportabile dei rischi che comporta uno stallo prolungato, né pace né guerra, con Israele che attacca Hezbollah e gli americani che bloccano le esportazioni di petrolio», spiega un osservatore di cose militari che vive nella capitale iraniana e per ragioni di sicurezza chiede l’anonimato. A maggio, le vendite di greggio iraniano attraverso Hormuz sono crollate, da quasi 2 milioni di barili al giorno a meno di 300.000 (dati Kpler), segno che il blocco navale americano fa male. Ieri, quando Israele ha rotto i patti siglati a Washington bombardando i sobborghi meridionali di Beirut, in risposta a un lancio di droni di Hezbollah, a Teheran era da poco atterrato il ministro degli interni pakistano con una lettera-messaggio per Khamenei che sembrava poter sbloccare il negoziato. Nelle stesse ore in tv Trump ripeteva che non intende restituire all’Iran nemmeno una parte dei suoi soldi congelati all’estero. Per la Repubblica islamica sono tutti segnali, messi in fila, che certificano una realtà: la guerra non è finita, si è spostata, è combattuta con altri e diversi mezzi, e l’obiettivo di Washington resta la capitolazione. «Il nemico ha incendiato il tavolo dei negoziati per la terza volta bombardando il Libano durante la presenza del mediatore in Iran», dice Mohammad Mokhber, un altro consigliere di Khamenei, «Pagherà un prezzo alto e doloroso».