Netanyahu, l’ultimo azzardo in Libano che gioca sul filo dell’escalation. Ma Trump si oppone.
di Fabio TonacciCome se Libano e Iran non fossero due espressioni di una medesima equazione, e come se l’accordo che gli Stati Uniti stanno cercando di raggiungere non fosse legato a doppio filo a quel che accade a Beirut, Netanyahu ieri mattina ha dato l’ordine di bombardare Dahieh, il sobborgo nel sud della capitale libanese. Scatenando la prevedibile, e annunciata, reazione missilistica del regime iraniano. Dunque la tregua vacilla, e vacilla perché il premier dello Stato ebraico, per motivi contingenti e anche per calcolo politico, volutamente tiene distinte due situazioni che, invece, a Teheran considerano unite.
Trump è nel mezzo, in difficoltà per un’intesa sul nucleare iraniano e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz difficile da mettere insieme. Presidente al telefono, che ancora ieri sera, dopo che i caccia dell’Idf si sono alzati in volo verso la Repubblica islamica, ha chiamato Netanyahu per tentare di bloccare la rappresaglia aerea che può mandare tutto, definitivamente, a scatafascio…
Come se Libano e Iran non fossero due espressioni di una medesima equazione, e come se l’accordo che gli Stati Uniti stanno cercando di raggiungere non fosse legato a doppio filo a quel che accade a Beirut, Netanyahu ieri mattina ha dato l’ordine di bombardare Dahieh, il sobborgo nel sud della capitale libanese. Scatenando la prevedibile, e annunciata, reazione missilistica del regime iraniano. Dunque la tregua vacilla, e vacilla perché il premier dello Stato ebraico, per motivi contingenti e anche per calcolo politico, volutamente tiene distinte due situazioni che, invece, a Teheran considerano unite.
Trump è nel mezzo, in difficoltà per un’intesa sul nucleare iraniano e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz difficile da mettere insieme. Presidente al telefono, che ancora ieri sera, dopo che i caccia dell’Idf si sono alzati in volo verso la Repubblica islamica, ha chiamato Netanyahu per tentare di bloccare la rappresaglia aerea che può mandare tutto, definitivamente, a scatafascio.
«Non sono contento degli attacchi di Israele su Beirut», ha detto il tycoon al sito Axios, quindi contraddicendo, o comunque dimostrando di non condividere, la versione fatta circolare ieri ai media israeliani da fonti governative che appaiono molto vicine all’ufficio di Netanyahu.
Versione secondo cui l’accordo Usa-Libano-Israele sul cessate il fuoco annunciato il 4 giugno, dopo la famosa telefonata di Trump a Netanyahu di tre giorni prima (quella del «cosa diavolo stai facendo? Sei pazzo?», con la quale il tycoon ha bloccato un raid su Beirut), autorizzerebbe Israele a colpire la roccaforte sciita di Dahieh nel caso in cui Hezbollah prenda di mira i civili nel nord della Galilea. A stare a quel che dice Trump, la Casa Bianca non ha autorizzato il raid di ieri.
È un fatto che la leadership della milizia libanese non abbia accettato la tregua decisa a Washington da una delegazione che, peraltro, non includeva emissari sciiti: gli attacchi con droni e razzi anti-carro contro le truppe israeliane, che occupano il sud del Libano ormai oltre il fiume Litani, sono proseguiti. E non solo contro i soldati.
«Non permetteremo che continuino i lanci contro il territorio dello Stato di Israele», ha detto il portavoce dell’Idf Effi Defrin. «Il regime terroristico iraniano ha commesso un grave errore scegliendo ancora una volta la via del terrorismo, noi continueremo a operare in Libano». Che è l’obiettivo mai messo da parte di Netanyahu.
Alcune ricostruzioni giornalistiche sostengono che il primo ministro israeliano sia stato tagliato fuori dal negoziato Usa-Iran. Ed è nervoso perché i sondaggi danno la sua coalizione in calo, in vista delle elezioni di autunno. Dato che non può sbandierare una vittoria sul nemico storico iraniano, né un ruolo di primo piano nella trattativa,la guerra continua in Libano contro Hezbollah è una carta che può giocare quando si apriranno le urne e risponde alle sollecitazioni delle comunità del nord, sempre più in polemica con il governo.
La scorsa settimana, lui e il suo ministro della Difesa Israel Katz avevano fatto capire di aver avuto una sorta di luce verde dai vertici militari statunitensi a colpire Dahieh, nonostante l’Iran la consideri una linea rossa per il negoziato, in caso di minaccia estrema ed esistenziale. Via libera invocato ieri mattina, ma disconosciuto a sera dal presidente Usa.