✕

La via stretta di Meloni: rientrare al tavolo della Ue con la sponda di Trump

(afp)

Ascolta l'audio

Esclusa dal vertice “E3” sull’Ucraina, la premier lavora a un bilaterale al G7 con il presidente Usa per proporsi come ponte con l’Unione. Anche suggerendo sacrifici a Zelensky
2 minuti di lettura

Per confrontarsi con Donald Trump, è necessario che il tycoon sia innanzitutto presente. E Palazzo Chigi scommette in queste ore che alla fine il Presidente americano parteciperà al G7 di Evian (nonostante i legittimi dubbi dell’Eliseo, fondati sull’imprevedibilità del Presidente Usa). Prevedono che non diserterà, magari atterrando in Francia in ritardo e probabilmente ripartendo prima del tempo. Poco importa, per gli italiani. Perché Giorgia Meloni concentrerà in quel breve frangente il tentativo di ricostruire una relazione accettabile con Trump. Provando la strada di un bilaterale, che quasi sempre si concretizza in summit così ristretti. Una strada necessaria, questa la riflessione delle ultime settimane, per andare oltre la freddezza che i big continentali hanno riservato alla leader negli ultimi passaggi diplomatici. Dolorosi, per certi versi demoralizzanti.

È evidente che si tratta di esperimenti. Che si procede per aggiustamenti progressivi della linea, anche perché abban…

Per confrontarsi con Donald Trump, è necessario che il tycoon sia innanzitutto presente. E Palazzo Chigi scommette in queste ore che alla fine il Presidente americano parteciperà al G7 di Evian (nonostante i legittimi dubbi dell’Eliseo, fondati sull’imprevedibilità del Presidente Usa). Prevedono che non diserterà, magari atterrando in Francia in ritardo e probabilmente ripartendo prima del tempo. Poco importa, per gli italiani. Perché Giorgia Meloni concentrerà in quel breve frangente il tentativo di ricostruire una relazione accettabile con Trump. Provando la strada di un bilaterale, che quasi sempre si concretizza in summit così ristretti. Una strada necessaria, questa la riflessione delle ultime settimane, per andare oltre la freddezza che i big continentali hanno riservato alla leader negli ultimi passaggi diplomatici. Dolorosi, per certi versi demoralizzanti.

È evidente che si tratta di esperimenti. Che si procede per aggiustamenti progressivi della linea, anche perché abbandonare il trumpismo era stata scelta ponderata e quasi obbligata della premier, dopo la cocente sconfitta referendaria. Resta però il fatto che la riflessione attribuita a Meloni è all’insegna di un pragmatismo di necessità: in qualche modo, bisogna ripartire. E non si può non farlo tenendo in conto un dato: essere “ponte” con Washington, in una fase in cui i rapporti tra europei e americani sono ai minimi termini, può trasformarsi in opportunità. A patto, questa la differenza con il passato, che l’azione di mediatrice si concretizzi su terreni concreti e – possibilmente – sostenibili con l’opinione pubblica.

Uno, forse il principale, è stato individuato – secondo quanto si apprende - nel dossier ucraino. La premessa è d’obbligo: se c’è un tema su cui Meloni ha sostanzialmente tenuto la posizione, è proprio sul sostegno a Kiev. È un nodo che occuperà l’agenda dei leader nelle prossime settimane: a giugno nel G7 e poi durante il Consiglio europeo, quindi nel corso del vertice Nato di Ankara a inizio luglio. Come Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz, la premier dirà pubblicamente questo: si tratta partendo dalla linea di contatto tra i due eserciti. Su un punto, però, informalmente – e solo in privato, perché sono concetti scomodi in pubblico - potrebbe sostenere tesi che la avvicinano in qualche modo alla filosofia trumpiana: per chiudere la guerra, tutti devono fare qualche concessione. Vale per Putin (che deve innanzitutto terminare la guerra di aggressione) e potrebbe dover valere per Zelensky. Per rinunciare però a qualche territorio (non necessariamente il Donbass, o comunque, non per forza l’intera regione), il presidente dell’Ucraina ha bisogno di qualcosa da portare in dote al suo Paese: l’ingresso in Europa è l’obiettivo principale. La garanzia di sicurezza prioritaria.

La linea italiana sull’adesione all’Unione è in realtà assai cauta. Ogni riflessione parte dalla necessità politica di dare “precedenza” ai Paesi balcanici candidati, dal Montenegro all’Albania. Ma tutto è negoziabile, in cambio di una soluzione pacifica. In questo spazio stretto, la premier proverà a muoversi. Tentando di parlare agli europei con un linguaggio che potrebbe non dispiacere alla Casa Bianca.

L’altra sponda possibile per rientrare nei giochi europei è quella di Merz. Con lui, ieri, ha sentito Ursula von der Leyen e ribadito la necessità di una riforma del sistema degli Ets (che la Commissione, dice Palazzo Chigi, presenterà entro luglio). E non a caso sempre ieri il portavoce della Cancelleria lodava i risultati del formato E3 (quello con Berlino, Londra e Parigi), ma esternava una cautissima apertura a Roma, dopo l’esclusione della premier dal vertice dei Volenterosi di Londra: «Anche la Polonia e l’Italia sono strettamente coinvolte nel processo».

Leggi i commenti