GERUSALEMME – Le ultime 72 ore sono state un’enorme perdita di tempo. Ennesima prova che il governo israeliano non ha alcuna strategia». Michael Milshtein è un ex colonnello dell’Intelligence, considerato tra i più influenti analisti politici israeliani. Dirige il Forum studi palestinesi al Moshe Dayan Center.
Abbiamo sfiorato una nuova escalation. Cosa la preoccupa di più?
«Il fatto è che in queste ultime ore gli iraniani sono riusciti a stabilire un nuovo principio: basato sul presupposto che se Israele attaccherà ancora una volta Dahieh — del Libano meridionale non gli importa — interverranno. Imponendo un’immagine del regime islamico che è opposta alla descrizione data da Israele e Stati Uniti: tutt’altro che sconfitto e intimidito. Così baldanzoso, da essere pronto a intervenire, e rischiare i propri interessi per difendere i suoi alleati».
Ci sarà un seguito?
«Le mie fonti a Gerusalemme mi dicono che per ora è finita. Anche perché la situazione per Israele, in Libano, non è…
GERUSALEMME – Le ultime 72 ore sono state un’enorme perdita di tempo. Ennesima prova che il governo israeliano non ha alcuna strategia». Michael Milshtein è un ex colonnello dell’Intelligence, considerato tra i più influenti analisti politici israeliani. Dirige il Forum studi palestinesi al Moshe Dayan Center.
Abbiamo sfiorato una nuova escalation. Cosa la preoccupa di più?
«Il fatto è che in queste ultime ore gli iraniani sono riusciti a stabilire un nuovo principio: basato sul presupposto che se Israele attaccherà ancora una volta Dahieh — del Libano meridionale non gli importa — interverranno. Imponendo un’immagine del regime islamico che è opposta alla descrizione data da Israele e Stati Uniti: tutt’altro che sconfitto e intimidito. Così baldanzoso, da essere pronto a intervenire, e rischiare i propri interessi per difendere i suoi alleati».
Ci sarà un seguito?
«Le mie fonti a Gerusalemme mi dicono che per ora è finita. Anche perché la situazione per Israele, in Libano, non è affatto migliorata. Anzi».
Cosa ha spinto Netanyahu ad agire?
«La sua dottrina è basata sull’uso della forza: la sua strategia politica è la guerra continua. Non può dire che è finita: perché, a quel punto, dovrebbe rispondere delle sue responsabilità negli eventi del 7 ottobre e delle altre accuse a suo carico. L’ultima cosa che vuole in campagna elettorale. E poi ha bisogno di risultati prima delle elezioni, a tutti i costi. E se non riuscirà con l’Iran e il Libano, tornerà su Gaza, dove Hamas si sta riprendendo. Se ne parla molto: ma onestamente penso che nemmeno lì possa più fare passi drastici. Trump non gli permetterà nemmeno quello».
Non pensa che stia cercando di far saltare l’accordo tra Stati Uniti e Iran?
«Sebbene sia qualcosa che lo frustra molto, io vedo più un Netanyahu privo di direzione. Non è più capace di convincere Trump. Ha perso rilevanza, messo fuori dal tavolo a tal punto da dover spiare gli alleati pur di capire cosa succede. Ma non credo voglia spingersi fino al punto di prendersi la responsabilità di far collassare i negoziati. Sarebbe per lui una mossa troppo rischiosa».
L’accordo ci sarà?
«Tutto può cambiare all’improvviso: ma siamo sulla buona strada. E spero che la questione nucleare ne sarà l’elemento cruciale. Perché, altrimenti, significherebbe che la guerra iniziata quattro mesi fa è stata un totale fallimento strategico. Certo, dobbiamo essere realisti: non credo che ci sarà alcun accenno ai missili a lungo raggio e alle milizie alleate dell’Iran, né alcun accenno alla situazione interna allo Stato Islamico. Ho la sensazione che Trump voglia chiudere anche la questione libanese allo stesso modo. E questo, è inquietante».
Perché?
«Perché l’accordo di cessate il fuoco in Libano di cui si sta discutendo metterà Israele in una situazione peggiore rispetto a prima della guerra. Quando Hezbollah era decapitato e in ritirata. Ora gode dell’iperprotezione dell’Iran, forte anche del fatto che Trump vuole chiudere al più presto la partita mediorientale».