Ghattas: “Sarà un’estate lunga, la pace fra Israele e Libano è ancora lontana”
dalla nostra inviata Anna LombardiGERUSALEMME – «Sarà un’estate turbolenta, con l’Iran determinato a imporre le sue regole: se Israele attacca Beirut, loro attaccano Israele. Vogliono essere i padrini del Libano, nonostante il no, grazie, del presidente Aoun. Così guadagnano credibilità fra i sostenitori di Hezbollah ed è un fattore di tensione che li avvantaggia nei negoziati con Trump». Kim Ghattas è la giornalista libanese, editorialista di The Atlantic e del Financial Times, autrice del saggio Black Wave, essenziale per comprendere le dinamiche mediorientali. In Italia sarà presto pubblicata da NR Edizioni.
Dopo le tensioni recenti, dove siamo?
«In una terra di mezzo fra guerra e pace: gli accordi in discussione con Iran e Libano, non mirano a una soluzione piena, ma a mettere toppe per non tornare alla guerra ad alta intensità. Non vuol dire risolvere i problemi».
Il Libano è al centro di un nuovo Risiko globale.
«Il Libano è debole. Non ha la forza di imporsi. E anche se è positivo che le autorità libanesi abbia…
GERUSALEMME – «Sarà un’estate turbolenta, con l’Iran determinato a imporre le sue regole: se Israele attacca Beirut, loro attaccano Israele. Vogliono essere i padrini del Libano, nonostante il no, grazie, del presidente Aoun. Così guadagnano credibilità fra i sostenitori di Hezbollah ed è un fattore di tensione che li avvantaggia nei negoziati con Trump». Kim Ghattas è la giornalista libanese, editorialista di The Atlantic e del Financial Times, autrice del saggio Black Wave, essenziale per comprendere le dinamiche mediorientali. In Italia sarà presto pubblicata da NR Edizioni.
Dopo le tensioni recenti, dove siamo?
«In una terra di mezzo fra guerra e pace: gli accordi in discussione con Iran e Libano, non mirano a una soluzione piena, ma a mettere toppe per non tornare alla guerra ad alta intensità. Non vuol dire risolvere i problemi».
Il Libano è al centro di un nuovo Risiko globale.
«Il Libano è debole. Non ha la forza di imporsi. E anche se è positivo che le autorità libanesi abbiano rotto il tabù del parlare direttamente con gli israeliani, tentando di separare il loro destino da quello di Teheran, non vedo pace all’orizzonte».
Del negoziato con Teheran, cosa pensa?
«Repubblica islamica e Trump lavorano su come spacciare la fine delle ostilità ciascuno come una propria vittoria. Ma ciò di cui discutono è limitato. Ruota intorno alla riapertura di Hormuz, cioè allo status quo pre-guerra. E il ripristino di un accordo sul nucleare che già anni fa funzionava benissimo. Di tanto parlare, una cosa mi preoccupa: la sofferenza dei popoli, coinvolti».
Trump ha bloccato il bombardamento su Beirut e la ripresa delle ostilità con l’Iran.
«Vuol far dimenticare di essere stato lui ad avviare la guerra, mostrandosi come colui che invece chiude gli accordi. Anche Netanyahu, in campagna elettorale, pensa soprattutto alla sua immagine. Ha cercato di vanificare i colloqui fra Usa e Iran, provando a pestare i piedi a Trump che però non glielo ha permesso, facendolo apparire debole. Non so se il presidente americano abbia una direzione, ma di sicuro vuole un accordo da definire “bellissimo”».
Perché le sorti di Libano e Iran sono collegate?
«Iran e Israele combattono nel piccolo stato Mediterraneo una guerra per procura da decenni. Così, il Libano influenza in modo significativo gli equilibri della regione. Netanyahu e Khamenei lo sanno: e usano Hezbollah, uno per far deragliare le trattative, l’altro per pressare gli americani. Povero Libano».
Cosa pensa dell’accordo discusso a Washington?
«Insufficiente ritorno allo status quo. Ma l’ipotesi di zone pilota, da cui gli israeliani si ritirerebbero per lasciare il posto all’esercito libanese, è interessante. Servono però altre soluzioni che vadano oltre il posizionamento: altrimenti la guerra può riprendere. E c’è anche il rischio di una guerra civile»
Gli Stati arabi che mediano con l’Iran sapranno riequilibrare la regione?
«Il loro coinvolgimento è positivo. Si sono accorti che al Dipartimento di Stato pochi lavorano ai dossier delicati: Rubio, Witkoff e Kushner. È un bene che siano in gioco, soprattutto i sauditi, hanno idee creative, capaci di sbloccare la situazione, spero a lungo termine».