QASMIYE (TIRO) – George non poteva crederci: «Ma come, anche noi? Davvero?». Marina interrompe la lezione, «ragazzi, devo scappare, evacuano anche noi cristiani».Via tutti da Tiro, hanno ordinato le forze armate israeliane. L’Idf ha messo per iscritto ciò che molti giuristi e associazioni per i diritti umani considerano un crimine di guerra: buttarti per strada con la tua vita e le tue cose per proteggerti dalle bombe che tra poco sgancerà su una città fenicia patrimonio Unesco, nata duemila anni prima di Roma. «Preoccupandoci per la vostra sicurezza vi sollecitiamo a evacuare immediatamente le vostre case trasferendovi a nord del fiume Zahrani», dice «l’avvertimento urgente per i residenti, incluso il quartiere cristiano e i campi profughi e i villaggi dei dintorni».
«Sembravamo in un’arnia di api impazzite», racconta la professoressa Marina Haddad, insegnante 45enne fuggita in auto con il marito e il figlio 16enne. Da Qasmiye, il villaggio alle porte di Tiro in cui siamo andati a in…
QASMIYE (TIRO) – George non poteva crederci: «Ma come, anche noi? Davvero?». Marina interrompe la lezione, «ragazzi, devo scappare, evacuano anche noi cristiani».Via tutti da Tiro, hanno ordinato le forze armate israeliane. L’Idf ha messo per iscritto ciò che molti giuristi e associazioni per i diritti umani considerano un crimine di guerra: buttarti per strada con la tua vita e le tue cose per proteggerti dalle bombe che tra poco sgancerà su una città fenicia patrimonio Unesco, nata duemila anni prima di Roma. «Preoccupandoci per la vostra sicurezza vi sollecitiamo a evacuare immediatamente le vostre case trasferendovi a nord del fiume Zahrani», dice «l’avvertimento urgente per i residenti, incluso il quartiere cristiano e i campi profughi e i villaggi dei dintorni».
«Sembravamo in un’arnia di api impazzite», racconta la professoressa Marina Haddad, insegnante 45enne fuggita in auto con il marito e il figlio 16enne. Da Qasmiye, il villaggio alle porte di Tiro in cui siamo andati a intercettare l’esodo, si vede il fumo sulla città. Il jet, in cielo, minaccia nuove ondate. «Avevo iniziato la lezione in remoto, mio marito mi ha fatto segno di chiudere il microfono: “C’è l’evacuazione da tutta Tiro”, dice. Anche dal quartiere cristiano. Saluto gli studenti, spengo il pc e sveglio mio figlio: scappiamo». L’auto piccola, le medicine del marito dimenticate e va beh, «le prendiamo a Beirut, ma ci siamo scordati le foto». Mica facile, lì per lì, «decidere cosa sia importante davvero. Abbiamo preso vestiti e preziosi e siamo partiti, nella nostra palazzina è rimasto solo il vicino: ha mandato al sicuro moglie e figli ma resta in chiesa col vescovo».
«Rimaniamo a Tiro, in mezzo alla nostra gente come fecero i nostri padri e nonni — dice il vescovo cattolico maronita, George Iskandar — come la gente tenace del Sud rimane nella sua terra e nei suoi villaggi». Qualcuno ha portato il materasso in chiesa, Santa Maria del Mare proteggici tu. Una settimana fa l’Idf ha chiesto al quartiere cristiano di cacciare i miliziani di Hezbollah che diceva di avere individuato, minacciando «operazioni militari». A Tiro era venuto in visita il nunzio, monsignor Paolo Borgia. Aveva «rassicurato» i residenti: «Vi porto l’amore del Papa, siete promotori di pace e costruttori di convivenza». Quella parola: “convivenza”, non la cacciata dei musulmani già «evacuati» e rifugiati nei vicoli e sulla spiaggia della città vecchia cristiana.
«Nessuno di noi pensava ci avrebbero cacciati. Quando il nunzio è venuto a trovare il vescovo eravamo convinti che il quartiere non sarebbe mai stato colpito. Invece stamattina ho chiamato papà, mamma e mia sorella — dice George Salem, ingegnere 56enne — e ho detto di partire immediatamente. Finirà come con i villaggi, torneremo alla fine della guerra con la speranza di trovare la casa ancora in piedi».
Almeno otto morti e decine di feriti, dicono le informazioni ufficiali dopo una giornata di ansia e di bombe israeliane che colpiscono altri quartieri di Tiro già in gran parte svuotati ma non abbastanza per non fare vittime, come le case popolari. A Qasmiye è una processione di auto verso il ponte sul Litani in direzione nord: utilitarie stipate di vite e di cose, i materassi fanno bandiera sui tetti. «Viva la resistenza», dicono Hassan e Khaled, 25 e 22 anni, «ora andiamo a Sidone e poi vediamo». «Di nuovo, purtroppo — dice Ghazwa appena arrivata nel campo profughi palestinese alle porte del villaggio — siamo siriani, profughi da 15 anni ma ce ne siamo dovuti andare anche dalle case popolari di Tiro, da stanotte dormiremo in moschea. Mio marito non lavora, abbiamo 5 figli: cos’altro potevamo fare?».
L’avanzata, le bombe. Si sparge la voce che i carri dell’Idf si avvicinino a Tiro. In senso contrario all’esodo passa una piccola colonna di fuoristrada con i vetri oscurati. Tutt’intorno ci sono i villaggi già evacuati, dolenti città sospese nell’afa e nel silenzio. Qui e là una palazzina schiantata, un tetto sfondato. A 9 chilometri, nel promontorio sul mare del quartiere cristiano di Tiro, ha sede Msf. «Il sud è distrutto, zona rossa per accumulo di fughe. È svuotato — dice Matteo, il logista italiano — restano solo rifugi e campi profughi, perché la gente non sa dove andare. Oggi qui tutti i negozi e i caffè sono chiusi, vedremo se sarà la solita fisarmonica o se è la fine anche per Tiro».