Teheran abbatte un Apache sopra le acque di Hormuz. E Trump bombarda in Iran
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK – L’accordo per chiudere la guerra in Iran torna appeso ad un filo, dopo che Trump ha deciso di rispondere all’abbattimento l’Apache caduto lunedì sera nelle acque dello Stretto di Hormuz bombardando. Il presidente però ha sottolineato che lo ha fatto "per necessità" mentre il Pentagono ha precisato che la reazione è "proporzionale" e per autodifesa, proprio per non far saltare il negoziato ancora in corso.
Lunedì sera, tornando dalla partita persa dai Knicks a New York, il presidente era sembrato ottimista. Washington e Teheran stavano forse imboccando la strada giusta, anche visto l’accaduto fra Iran e Israele: "Sono andati avanti e indietro con gli attacchi, ma ora entrambi hanno concordato, attraverso me, di fermarsi. Siamo nelle fasi finali di quello che sarà un accordo molto buono". In sostanza "lo Stretto di Hormuz sarà riaperto immediatamente dopo la firma", mentre la questione nucleare verrà rimandata ad un negoziato che dovrebbe durare sessanta giorni, ma con scade…
NEW YORK – L’accordo per chiudere la guerra in Iran torna appeso ad un filo, dopo che Trump ha deciso di rispondere all’abbattimento l’Apache caduto lunedì sera nelle acque dello Stretto di Hormuz bombardando. Il presidente però ha sottolineato che lo ha fatto "per necessità" mentre il Pentagono ha precisato che la reazione è "proporzionale" e per autodifesa, proprio per non far saltare il negoziato ancora in corso.
Lunedì sera, tornando dalla partita persa dai Knicks a New York, il presidente era sembrato ottimista. Washington e Teheran stavano forse imboccando la strada giusta, anche visto l’accaduto fra Iran e Israele: "Sono andati avanti e indietro con gli attacchi, ma ora entrambi hanno concordato, attraverso me, di fermarsi. Siamo nelle fasi finali di quello che sarà un accordo molto buono". In sostanza "lo Stretto di Hormuz sarà riaperto immediatamente dopo la firma", mentre la questione nucleare verrà rimandata ad un negoziato che dovrebbe durare sessanta giorni, ma con scadenza rinnovabile.
Chi tiene i conti delle dichiarazioni di Trump ha notato che era la trentottesima volta dall’inizio del conflitto in cui annunciava l’imminenza dell’accordo per chiuderlo, ma questa magari era quella buona. Nelle stesse ore, però, un Apache cadeva nelle acque del Golfo dell’Oman, avviando la frenetica operazione condotta per la prima volta con droni marini per soccorrere i due membri dell’equipaggio.
Ieri pomeriggio il presidente ha pubblicato questa versione dei fatti sul suo social: "Sono appena stato informato dalle nostre Grandi Forze Armate che ieri sera gli iraniani hanno abbattuto uno dei nostri sofisticati elicotteri Apache, mentre pattugliavano lo Stretto di Hormuz. Sono stati coinvolti due piloti, entrambi sani e salvi. Nonostante ciò gli Usa, per necessità, devono rispondere a questo attacco".
Poco dopo le cinque del pomeriggio il Pentagono ha lanciato l’attacco, concentrato al sud e sull’isola di Qeshm, Sirik e Hormozgan, però ha precisato che "la missione è una risposta proporzionata all’aggressione iraniana ingiustificata". In altre parole non sarebbe la ripresa della guerra, perché Trump vuole ancora chiuderla con un accordo e al Wall Street Journal ha sminuito il peso dell’operazione.
Questo episodio però conferma il problema più grande del presidente, cioè che non controlla più la situazione. Si era già capito dopo lo scontro con Netanyahu sul Libano, che l’analista Vali Nasr aveva commentato così: "E’ avvenuto mentre Usa e Iran sono bloccati sul testo dell’accordo. Ciò, insieme agli scontri nel Golfo Persico, dimostra che Teheran esercita pressione su Washington, segnalando la disponibilità a intensificare i combattimenti e tornare alla guerra, quando invece gli americani dichiarano che è finita. La pressione ora è su Trump, affinché proceda con l’intesa". Nemmeno 48 ore dopo è avvenuto l’abbattimento dell’Apache, confermando che sono gli iraniani ad avere le chiavi del conflitto.