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Iran, il Qatar in campo per la mediazione: gli Usa propongono colloqui in Svizzera sul nucleare

(reuters)

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A Doha ruolo chiave perché ospita parte degli asset congelati. Sul nucleare si litiga su tempi e ispezioni a sorpresa. L’Aiea chiede l’accesso ai siti
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L’accordo è vicino, questione di giorni, aveva detto Donald Trump solo lunedì, prima che lo stretto di Hormuz tornasse a bruciare, con gli americani che attaccano le navi e i radar iraniani e Teheran che risponde colpendo le basi Usa nel Golfo. Ci provano ora i qatarini a tenere aperto il canale di comunicazione tra i due belligeranti che continuano a scambiarsi accuse e minacce.

Finora era stato il Pakistan il paese guida nella mediazione: la scorsa settimana il ministro dell’Interno di Islamabad era volato a Teheran per consegnare una lettera americana poche ore prima che si riaccendesse lo scontro con Israele. Ma in questa fase Doha può giocare un ruolo decisivo, perché è in Qatar che sono depositati circa 6 miliardi dei fondi congelati che Teheran vorrebbe indietro appena sarà firmato un eventuale accordo, e che gli americani invece vorrebbero liberare solo gradualmente, verificando il rispetto dell’intesa da parte della Repubblica islamica.

L’Iran stima in 100 miliardi i suoi ben…

L’accordo è vicino, questione di giorni, aveva detto Donald Trump solo lunedì, prima che lo stretto di Hormuz tornasse a bruciare, con gli americani che attaccano le navi e i radar iraniani e Teheran che risponde colpendo le basi Usa nel Golfo. Ci provano ora i qatarini a tenere aperto il canale di comunicazione tra i due belligeranti che continuano a scambiarsi accuse e minacce.

Finora era stato il Pakistan il paese guida nella mediazione: la scorsa settimana il ministro dell’Interno di Islamabad era volato a Teheran per consegnare una lettera americana poche ore prima che si riaccendesse lo scontro con Israele. Ma in questa fase Doha può giocare un ruolo decisivo, perché è in Qatar che sono depositati circa 6 miliardi dei fondi congelati che Teheran vorrebbe indietro appena sarà firmato un eventuale accordo, e che gli americani invece vorrebbero liberare solo gradualmente, verificando il rispetto dell’intesa da parte della Repubblica islamica.

L’Iran stima in 100 miliardi i suoi beni bloccati all’estero, tra Qatar, Corea del Sud, Iraq, Cina, India e Giappone. L’emirato aveva avanzato nelle scorse settimane una proposta per sbloccare i fondi ma condizionandone l’uso a scopi umanitari, che avrebbe aiutato Trump a vedere l’accordo con maggior facilità e gli iraniani a recuperare almeno una parte del tesoretto. È probabile che la delegazione atterrata in Iran discuterà anche di questo.

Per la Repubblica islamica, che deve affrontare una devastante crisi economica, e le conseguenze di una guerra che ha fatto almeno 270 miliardi di danni, il rilascio dei fondi è una conditio sine qua non per la firma di qualsiasi intesa, su cui pure la mediazione sembrava essere arrivata a un punto concreto.

Prima di questa nuova recrudescenza dello scontro, gli americani avevano discusso con Teheran quattro punti sul nucleare, scrive il New York Times: una sospensione dell’arricchimento dell’uranio per un periodo tra i 10 e i 15 anni; la diluizione dell’uranio già arricchito in collaborazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica, senza che il materiale esca dal Paese; lo smantellamento di due dei tre principali impianti nucleari iraniani, Natanz, Fordo e Isfahan e la possibilità di ispezioni a “sorpresa” nei siti, sulla quale però non è chiaro quale sia la posizione di Teheran. Washington ha anche proposto di tenere negoziati più approfonditi questa estate in Svizzera, eventualmente dopo la firma di un memorandum che ponga fine alla guerra. A Vienna ha sede la missione permanente dell’Aiea.

A complicare ulteriormente la trattativa però ci sono i rapporti tesi tra Teheran e il board guidato da Grossi. Ieri il consiglio ha approvato la risoluzione presentata da Stati Uniti, Germania, Francia e Regno Unito in cui si chiede all’Iran di dare informazioni complete sull’uranio arricchito e di consentire l’accesso agli ispettori Onu per verificare che il materiale non sia stato spostato. Teheran ha definito la mozione una strumentalizzazione politica: i siti sono inaccessibili per via dei bombardamenti americani, non per «nostra volontà», ha risposto.

I rapporti con l’Aiea si sono deteriorati nel giugno del 2025 quando fu proprio una mozione dell’agenzia a fare da preludio ai primi attacchi americani e alla guerra dei 12 giorni. Il negoziato è ancora in piedi, ma cammina sulle sabbie mobili.

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