Almeno due volte a settimana, Saleh e sua moglie partecipano ai raduni notturni di piazza Enghelab, a Teheran. Vanno lì perché il loro paese «è stato attaccato dai nemici e abbiamo il dovere di sostenere la resistenza», racconta in un vocale. Saleh è un impiegato pubblico, sua moglie fa la casalinga, sono soldati di un fronte invisibile ma decisivo per la Repubblica islamica: il controllo delle piazze e del racconto della guerra.
Dalla capitale alle città sante di Mashhad e Qom, ogni sera centinaia, a volte migliaia di iraniani si radunano per ribadire il loro sostegno alla teocrazia. Giornalisti, influencer e oratori pro-governo si alternano sul palco per celebrare la resilienza della nazione, la musica tradizionale incrocia ritmi più tecno, nella ressa di donne velate si affacciano ragazze con i capelli scoperti, i Pasdaran esibiscono modelli di missili di ultima generazione e i basij reclutano donne in chador per insegnare loro a usare il kalashnikov in lezioni pubbliche dietr…
Almeno due volte a settimana, Saleh e sua moglie partecipano ai raduni notturni di piazza Enghelab, a Teheran. Vanno lì perché il loro paese «è stato attaccato dai nemici e abbiamo il dovere di sostenere la resistenza», racconta in un vocale. Saleh è un impiegato pubblico, sua moglie fa la casalinga, sono soldati di un fronte invisibile ma decisivo per la Repubblica islamica: il controllo delle piazze e del racconto della guerra.
Dalla capitale alle città sante di Mashhad e Qom, ogni sera centinaia, a volte migliaia di iraniani si radunano per ribadire il loro sostegno alla teocrazia. Giornalisti, influencer e oratori pro-governo si alternano sul palco per celebrare la resilienza della nazione, la musica tradizionale incrocia ritmi più tecno, nella ressa di donne velate si affacciano ragazze con i capelli scoperti, i Pasdaran esibiscono modelli di missili di ultima generazione e i basij reclutano donne in chador per insegnare loro a usare il kalashnikov in lezioni pubbliche dietro banchetti improvvisati. È lo spettacolo di potenza di un sistema che si sente forte, fiducioso, sopravvissuto alle uccisioni e ancora in grado di colpire l’America, Israele, l’economia mondiale. Il collasso che Netanyahu e Trump si aspettavano non c’è stato. Ma dietro le piazze della “resistenza epica”, come la chiama il Teheran Times, respira un paese lacerato e disilluso.
La guerra ha affondato l’economia nazionale e le speranze di molti in un futuro democratico, precipitando due generazioni in un misto di «incertezza, ansia, confusione e delusione, spiega Darya, 46 anni, impiegata in un’azienda privata. «C’è stato un tempo in cui credevo che la guerra potesse contribuire al cambiamento, ma per com’è andata, il suo unico risultato è stato rendere ancora più vulnerabili le persone comuni». L’ormai famosa evocazione di Trump – «gli aiuti stanno arrivando»– mentre i manifestanti di gennaio venivano massacrati sotto la spinta della rivolta del figlio dello Shah, suona a molti come una insopportabile beffa.
Lo spazio politico del dissenso è quasi scomparso, afferma Eshan, avvocato di 37 anni. «Il giovane autocrate e i suoi alleati si sentono forti al potere, e persino il limitato spazio per la protesta è scomparso. Qualsiasi voce dissenziente ora viene repressa con forza». Eshan racconta di sentirsi depresso e che molte persone che conosce hanno cominciato ad assumere psicofarmaci perché non riescono più a reggere il peso «di continue brutte notizie. Siamo contro la guerra e la dittatura, eppure siamo intrappolati da entrambe. Trump e Netanyahu fanno i loro interessi: sappiamo che la strada intrapresa dal governo iraniano porta alla guerra, ed è esattamente quella che loro desiderano». Difendere i suoi clienti è diventato quasi impossibile e Eshan se ne strugge. Ma tanti altri non riescono nemmeno a soffermarsi sul pensiero di come sarà l’Iran del futuro: la priorità è la sopravvivenza.
Il conflitto ha fatto schizzare in aria i prezzi, l’olio da cucina costa il 430% in più rispetto a un anno fa, le uova il 345% in più. La distruzione di grandi fabbriche del petrolchimico ha avuto un effetto domino sull’indotto, i piccoli fornitori chiudono o vanno in cassa integrazione. L’import di beni anche essenziali è diventato più complicato e costoso: i farmaci per l’emofilia, per esempio, sono rarissimi, ha raccontato alla tv il medico Amin Afshar. Il blocco navale americano sta strangolando l’export di petrolio, crollato a maggio da 2 milioni di barili al giorno a 300mila, affondando i conti dello stato. Mina, 50 anni, insegna all’università, lavoro un tempo pagato dignitosamente: ora guadagna 150 euro al mese. «Figurati cosa stanno passando i ceti popolari!», esclama. «Prima non riuscivamo a comprare un nuovo computer, ora non possiamo nemmeno riparare quelli vecchi». Darya si ritiene fortunata: «Posso ancora permettermi cibo e prodotti per l’igiene, ma pianificare il futuro è del tutto inutile». Anche i taxi collettivi, usatissimi nella caotica Teheran, non li prende più: «Costano troppo, vado in bus».
Saleh e sua moglie vivono gli stessi affanni di un’economia in caduta libera, ma non vedono le stesse colpe: «Il governo deve gestire meglio le cose», dice come se il presidente Pezeshkian, un moderato malvisto dalla base conservatrice del Paese, avesse il potere per invertire la tendenza senza un accordo con il nemico. «La colpa è dell’America, dobbiamo continuare a resistere alle pressioni esterne».