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Parla Mélenchon: “La mia sinistra può vincere”. E ne ha per tutti, dalla Nato al Pd. Ma loda il Papa

Intervista al candidato alle presidenziali della France Insoumise, che attacca l’Alleanza atlantica (“Non serve a niente”) e il Partito democratico (“Una brodaglia informe”). Poi ricorda le sue radici siciliane a Ustica ed elogia le posizioni di Leone XIV sull’IA
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PARIGI – «Quando ho visto quella folla che gridava “Nouvelle France”, mi sono venute le lacrime agli occhi». Jean-Luc Mélenchon ha lanciato domenica a Saint-Denis la sua quarta campagna presidenziale con uno slogan, la nuova Francia, e scegliendo come sfondo la necropoli dei re di Francia. L’istrione della sinistra radicale davanti al luogo più solenne della monarchia francese. «Abbiamo costruito una narrazione capace di far fronte a quella dell’estrema destra», sostiene il leader della France Insoumise, 74 anni, di nuovo in risalita nei sondaggi, a un solo punto dal candidato centrista Édouard Philippe. «Possiamo vincere e invertire il ciclo politico in Europa», prosegue convinto, sognando di creare un «polo latino» con Roma e Madrid. Nel suo ufficio, accanto alle foto di Jean Jaurès e alle tartarughe portafortuna allineate sulla libreria, trasforma l’intervista in due ore di conversazione, tra lunghe digressioni storiche e qualche momento di tensione quando deve rispondere alle accu…

PARIGI – «Quando ho visto quella folla che gridava “Nouvelle France”, mi sono venute le lacrime agli occhi». Jean-Luc Mélenchon ha lanciato domenica a Saint-Denis la sua quarta campagna presidenziale con uno slogan, la nuova Francia, e scegliendo come sfondo la necropoli dei re di Francia. L’istrione della sinistra radicale davanti al luogo più solenne della monarchia francese. «Abbiamo costruito una narrazione capace di far fronte a quella dell’estrema destra», sostiene il leader della France Insoumise, 74 anni, di nuovo in risalita nei sondaggi, a un solo punto dal candidato centrista Édouard Philippe. «Possiamo vincere e invertire il ciclo politico in Europa», prosegue convinto, sognando di creare un «polo latino» con Roma e Madrid. Nel suo ufficio, accanto alle foto di Jean Jaurès e alle tartarughe portafortuna allineate sulla libreria, trasforma l’intervista in due ore di conversazione, tra lunghe digressioni storiche e qualche momento di tensione quando deve rispondere alle accuse di antisemitismo dei suoi avversari. “Nouvelle France” si antepone alla teoria del “Grand remplacement” dell’estrema destra?

«I fascisti parlano continuamente di identità e allora pure noi lo facciamo ma per rovesciare le loro parole. Ormai un francese su tre ha un antenato straniero. La Nouvelle France è la Francia reale e concreta. Non parliamo solo di immigrazione. Parliamo delle donne, dei giovani, degli anziani, di tutti. Il raduno di Saint-Denis ha segnato una svolta. Prima tutti dicevano che la battaglia era già perduta, che i fascisti avrebbe vinto, che bisognava fare delle primarie per trovare chi avrebbe perso al primo turno. E invece lì la gente ha cominciato a urlare: “Vinceremo”. Sta succedendo qualcosa».

È la sua quarta campagna presidenziale. Perché questa volta dovrebbe andare meglio?

«Ho sempre pensato che la sfida finale sarebbe stata tra i fascisti e noi. La socialdemocrazia europea è crollata, facendo molto meno rumore del Muro di Berlino. Ovunque le coalizioni di socialisti, centrosinistra, moderati hanno aperto la strada all’estrema destra. E’ successo in Italia prima di Meloni. E in Germania potrebbe finire ancora peggio. Oggi la Francia può cambiare il ciclo politico. La vittoria dell’estrema destra non è ineluttabile».

Teme violenze durante la campagna elettorale?

«Sì, perché i provocatori dell’estrema destra sono diventati più aggressivi e intraprendenti. C’è anche un rischio di ingerenze straniere. I servizi di sicurezza francesi ci hanno allertato su ingerenze israeliane durante la campagna per le comunali Marsiglia e a Tolosa, con una campagna orchestrata da un’agenzia di influenza legata al governo Netanyahu».

A proposito dell’antisemitismo, perché non dire esplicitamente che i massacri del 7 ottobre sono attacchi terroristici?

«Subisco questa calunnia dal 2009. Alcuni miei avversari, poiché non trovavano altro angolo di attacco, hanno cominciato a trattarmi da antisemita e da razzista, senza tenere conto né della mia vita né di tutto quello che ho fatto. A forza di ripeterlo, finiscono per fabbricare un’evidenza. Sul 7 ottobre andate a rileggere i miei tweet, ciò che ho detto e scritto. Da tre anni chiarisco, dico, spiego. Da tre anni c’è un genocidio. E quando si parla di me, delle mie parole, non si parla di Gaza».

Se fosse eletto, aprirebbe un dialogo con Putin?

«Dopo quattro anni di guerra, Putin è forse più disponibile a parlare di pace. La discussione è necessaria, ma su basi chiare. Primo: ogni cambiamento di frontiera deve essere accompagnato da un voto delle popolazioni interessate. Poi i russi devono dare garanzie di sicurezza agli ucraini e agli europei. E viceversa».

Che farebbe con la Nato?

«La Nato non serve a nulla, se non a trascinarci in guerre che non vogliamo. Se sarò eletto non faremo mai la guerra ai cinesi. Per noi c’è una sola Cina. È la posizione della Francia dai tempi di De Gaulle ed è anche quella dell’Onu. Tutte le strategie abituali dei nordamericani, che consistono nel creare focolai di tensione finché qualcuno, esasperato, finisce per reagire in modo eccessivo, con noi non funzioneranno».

Quale sarebbe il suo primo viaggio da capo dello Stato?

«Forse la Spagna, per via del governo di Pedro Sánchez e della sua politica. Vedremo se ci sarà ancora. A logica sarà comunque un paese latino. La mia presidenza procederà a un riequilibrio della latinità rispetto all’Europa al di là del Reno».

Potrebbe collaborare con Giorgia Meloni?

«Meloni è una donna di estrema destra, non ho dubbi. Ma se si comincia a scegliere come alleati solo amici e persone con cui si è d’accordo allora non si va lontano».

Ha contatti politici in Italia?

«In Italia c’è stata una paralisi del pensiero di sinistra al momento del crollo del Partito Comunista Italiano, che era il più grande dell’Europa occidentale. Tutto è finito in una specie di brodaglia informe che si chiama Partito Democratico. I leader della sinistra radicale italiana sono ancora alla ricerca di se stessi. Non ho consigli da dare, perché non sono italiano, non ci vivo abbastanza, anche se ho legami familiari molto forti laggiù».

Dove?

«In Sicilia, nell’isola di Ustica. Ci sono andato una volta e quando ho incontrato il parroco dicendogli che cercavo i miei antenati materni, i Caserta, ha riso e mi ha risposto che lì si chiamano tutti con quel cognome».

Che cosa pensa di Leone XIV?

«La sua enciclica sull’Intelligenza artificiale è un ottimo testo. Sono forse l’unico uomo politico francese che legge e commenta tutte le encicliche. Per noi è una base teorica importante su cui lavorare. Non mi occupo di religione ma le posizioni politiche di Leone XIV mi interessano molto».

(Intervista condotta in collaborazione con l’Alleanza internazionale di giornali LENA)

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