Così lontani, così vicini: Trump e Carter uniti dalla maledizione dell’Iran
di Enrico FranceschiniLONDRA – Difficile trovare due presidenti degli Stati Uniti più diversi tra loro di Jimmy Carter e Donald Trump. Il primo democratico e decisamente progressista, il secondo repubblicano e di estrema destra. Il primo difensore dei diritti umani, il secondo demolitore dei medesimi. Il primo mediatore di una pace vera e storica, quella tra Israele ed Egitto, il secondo millantatore di paci che rimangono guerre. Ma c'è una cosa che unisce Carter e Trump: entrambi si sono ritrovati a essere "prigionieri" dell'Iran. Nel senso che il conflitto con Teheran ha consumato la presidenza del primo e sta facendo altrettanto della presidenza del secondo. Una sorta di maledizione, che si ripete a distanza di quasi mezzo secolo.
Carter fu distrutto dal regime degli ayatollah. Nel 1979, lo stesso anno in cui il presidente americano negoziò la pace di Camp David fra il premier israeliano Begin e il leader egiziano Sadat, a Teheran si insediò al potere la rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeini. Po…
LONDRA – Difficile trovare due presidenti degli Stati Uniti più diversi tra loro di Jimmy Carter e Donald Trump. Il primo democratico e decisamente progressista, il secondo repubblicano e di estrema destra. Il primo difensore dei diritti umani, il secondo demolitore dei medesimi. Il primo mediatore di una pace vera e storica, quella tra Israele ed Egitto, il secondo millantatore di paci che rimangono guerre. Ma c'è una cosa che unisce Carter e Trump: entrambi si sono ritrovati a essere "prigionieri" dell'Iran. Nel senso che il conflitto con Teheran ha consumato la presidenza del primo e sta facendo altrettanto della presidenza del secondo. Una sorta di maledizione, che si ripete a distanza di quasi mezzo secolo.
Carter fu distrutto dal regime degli ayatollah. Nel 1979, lo stesso anno in cui il presidente americano negoziò la pace di Camp David fra il premier israeliano Begin e il leader egiziano Sadat, a Teheran si insediò al potere la rivoluzione islamica dell’ayatollah Khomeini. Poco dopo, i Pasdaran iraniani invasero l’ambasciata Usa nella loro capitale, prendendo in ostaggio 52 diplomatici statunitensi. Carter le provò tutte per ottenerne la liberazione: pressioni politiche, sanzioni economiche, infine un azzardato raid militare delle sue forze speciali, che finì disastrosamente, con la morte di otto militari americani. L’Iran continuò a pesare come un problema irrisolvibile su Washington, fino alla campagna per la Casa Bianca del 1980. Lo sfidante repubblicano Ronald Reagan ebbe facilmente la meglio sul presidente in carica. La prolungata prigionia degli ostaggi aveva umiliato l’America. Khomeini li rilasciò solo nel giorno dell’inaugurazione della presidenza Reagan.
In modo analogo, Trump è diventato succube della guerra in Iran, un conflitto dagli obiettivi confusi sin da subito (il nucleare di Teheran, il sostegno degli ayatollah a terroristi e estremisti in tutto il Medio Oriente, la minaccia recepita da Israele, il “cambio di regime”), e che ha finito per creare un nuovo problema, il blocco della navigazione internazionale di cargo e petroliere nello stretto di Hormuz, senza ottenere nulla negli altri campi. La guerra ha fatto salire l’inflazione negli Usa e scendere gli indici di gradimento per Trump ai minimi termini. Se non finirà in fretta, rischia di contribuire a fargli perdere le elezioni di mid-term del novembre prossimo e di compromettere le chances di un candidato repubblicano alle presidenziali del 2028. Specie se i soldati americani che hanno perso la vita nel Golfo Persico, finora dodici, aumentassero.
Come sottolinea il Financial Times in una analisi dei paralleli fra Carter e Trump relativamente all’Iran, tuttavia, c’è una significativa differenza fra le due situazioni. A Carter la questione iraniana è stata imposta dall’esterno: dalla rivoluzione di Khomeini è dalla cattura dei diplomatici dell’ambasciata. Trump invece l’ha scatenata volontariamente, in apparenza facendosi trascinare nel conflitto dal primo ministro israeliano Netanyahu. Adesso vorrebbe uscirne in fretta, senza perdere troppo la faccia, ma non sa come. E si ritrova nei panni di Carter, con l’aggravante di avere deciso lui di indossarli.