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Ricucire con Donald è l’obiettivo della premier ma c’è il nodo Difesa

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Roma non userà i 5 miliardi di Safe. Crosetto preme: “Darò battaglia fino all’ultimo”. La spesa per le armi cruciale anche per gli Stati Uniti
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GINEVRA – Arriverà stasera a Evian-les-Bains, il borgo con vista sul lago di Ginevra scelto per ospitare il G7. Tutti, dunque anche Giorgia Meloni, attendono di pesare le mosse di Donald Trump. Per la premier, un leader da riavvicinare. Sfida complessa, ma con il vantaggio del tempo: un paio di giorni, salvo sorprese del tycoon, per organizzare un contatto dopo mesi di gelo. Sul tavolo, l’Ucraina e il Medio Oriente. Sullo sfondo, ma neanche troppo, le spese militari che Roma dovrebbe garantire agli alleati. Nodo complesso, come si è visto nelle ultime settimane.

E allora, partiamo proprio dal riarmo. C’è una ragione politica e un’altra tecnica, dietro alla delusione di Guido Crosetto. Due motivazioni che spiegano le delicate riunioni della scorsa settimana, le tensioni e infine la scelta del ministro di restare al suo posto - dopo aver ipotizzato un clamoroso passo indietro - soltanto a patto di ottenere nella prossima manovra lo 0,35% di risorse in più per la difesa. La ragione tecni…

GINEVRA – Arriverà stasera a Evian-les-Bains, il borgo con vista sul lago di Ginevra scelto per ospitare il G7. Tutti, dunque anche Giorgia Meloni, attendono di pesare le mosse di Donald Trump. Per la premier, un leader da riavvicinare. Sfida complessa, ma con il vantaggio del tempo: un paio di giorni, salvo sorprese del tycoon, per organizzare un contatto dopo mesi di gelo. Sul tavolo, l’Ucraina e il Medio Oriente. Sullo sfondo, ma neanche troppo, le spese militari che Roma dovrebbe garantire agli alleati. Nodo complesso, come si è visto nelle ultime settimane.

E allora, partiamo proprio dal riarmo. C’è una ragione politica e un’altra tecnica, dietro alla delusione di Guido Crosetto. Due motivazioni che spiegano le delicate riunioni della scorsa settimana, le tensioni e infine la scelta del ministro di restare al suo posto - dopo aver ipotizzato un clamoroso passo indietro - soltanto a patto di ottenere nella prossima manovra lo 0,35% di risorse in più per la difesa. La ragione tecnica si può riassumere così: l’Italia rischia di non accedere al fondo Ue Safe. Di non chiedere neanche il prestito da 5 miliardi, sui 14,9 opzionati. E questo perché è ormai scaduta, lo scorso 30 maggio, la possibilità di utilizzare queste risorse per acquisti a titolo nazionale. D’ora in poi, Roma potrà richiedere parte o tutti i 14,9 miliardi opzionati, ma solo per investimenti congiunti (dunque con almeno un altro Paese Ue o con l’Ucraina). In ogni caso, si apprende da fonti di governo, Palazzo Chigi non ha autorizzato ad oggi neanche un euro nell’ambito di questo progetto.

(agf)

Crosetto ha ha ascoltato la Lega frenare. E non può ancora escludere un altro scenario, comunque sfavorevole: l’esecutivo che reclama 5 miliardi di Safe (sono prestiti di lunga durata e bassissimi interessi), ma poi taglia una cifra analoga dal budget della Difesa. Un artificio contabile inaccettabile, talmente intollerabile da aver spinto Crosetto a chiedere a Giorgetti un impegno ad aumentare già in finanziaria i fondi dello 0,35%, dall’attuale 1,61%.

Ma non basta, perché la partita è soprattutto politica. Meloni continua a frenare sul riarmo, mossa da un’angoscia contingente: evitare di fornire slogan e consenso agli avversari. Incombe l’ascesa di Roberto Vannacci, continua a premere Giuseppe Conte, ostile a destinare risorse alle armi. Ecco perché la premier intende gestire il dossier con cura.

L’ultima volta che si è esposta, soltanto pochi giorni fa in Parlamento, ha spiegato che si presenterà al vertice Nato di Ankara potendo vantare il 2,8% di investimenti militari. Sulla carta un incremento notevole, in linea con la parabola che dovrebbe portare l’Italia al 5% entro il 2035. Ma siccome l’argomento è scivoloso, la premier si è affrettata a bilanciare questa promessa spiegando che lo 0,71% di questo 2,8% è destinato alla sicurezza interna. Un modo per sedare le proteste, a destra come a sinistra. E per accontentare Salvini, terrorizzato dall’ascesa dell’ex generale.

È una questione che investe, come detto, i rapporti tra Crosetto, Palazzo Chigi e il Tesoro. Da dove fanno sapere che ogni decisione, compresa quella su Safe, è collegiale e coordinata. Decide Meloni, insomma. Ieri pomeriggio, intanto, il titolare della Difesa ha consegnato a X una riflessione, dopo la notizia pubblicata da Repubblica sulle sue minacciate dimissioni e la scelta di restare dopo alcuni impegni di Giorgetti. Confermando il disagio, ribadendo la scelta di restare per “testare” se le promesse saranno davvero esaudite: «Due giorni fa ho scritto un tweet commentando le dimissioni del mio collega inglese», è stata la premessa. Crosetto definisce il proprio intervento «sincero, crudo, ma molto chiaro perché dico di condividere totalmente le preoccupazioni e le riflessioni di Healey. Ciò detto – aggiunge - chiunque mi conosca sa perfettamente che non minaccerei mai dimissioni. Se ne rilevassi la necessità le darei e basta. Ma dopo aver provato fino all’ultimo a dare battaglia per le cose che credo giuste». Dietro l’ovvia necessità di evitare pubblici strappi, la sensazione che la partita sia lontana dall’essere chiusa.

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