Gli Stati Uniti hanno ottenuto in Iran una vittoria militare, grazie all’indubbia superiorità delle loro forze. Ma allo stesso tempo hanno subito una sconfitta strategica. Lo stesso vale per Israele in Libano. Questo non significa che Trump e Netanyahu abbiano perso la guerra: ma nemmeno che l’hanno vinta. Bisognerà aspettare e vedere cosa accadrà al regime iraniano, per trarre conseguenze storiche. Perché al di là della narrativa, nemmeno Teheran può rivendicare granché: la loro economia è distrutta, la gente soffre enormemente e le entrate petrolifere sono state sostanzialmente ridotte». Michael Ignatieff, già docente di Storia ad Harvard ed ex leader del Partito liberale canadese, è considerato uno dei più acuti intellettuali contemporanei. Insegna alla Central European University di Vienna, di cui è stato rettore.
Il memorandum per porre fine alla guerra è realtà. L’accordo di pace è stato raggiunto.
«Speriamo, finora è stato solo un susseguirsi di annunci. Questo è dipeso dal fat…
Gli Stati Uniti hanno ottenuto in Iran una vittoria militare, grazie all’indubbia superiorità delle loro forze. Ma allo stesso tempo hanno subito una sconfitta strategica. Lo stesso vale per Israele in Libano. Questo non significa che Trump e Netanyahu abbiano perso la guerra: ma nemmeno che l’hanno vinta. Bisognerà aspettare e vedere cosa accadrà al regime iraniano, per trarre conseguenze storiche. Perché al di là della narrativa, nemmeno Teheran può rivendicare granché: la loro economia è distrutta, la gente soffre enormemente e le entrate petrolifere sono state sostanzialmente ridotte». Michael Ignatieff, già docente di Storia ad Harvard ed ex leader del Partito liberale canadese, è considerato uno dei più acuti intellettuali contemporanei. Insegna alla Central European University di Vienna, di cui è stato rettore.
Il memorandum per porre fine alla guerra è realtà. L’accordo di pace è stato raggiunto.
«Speriamo, finora è stato solo un susseguirsi di annunci. Questo è dipeso dal fatto che Trump è abituato a trattare con gli immobiliaristi di New York, gli bastava una telefonata per pensare di esserci vicino. Se l’accordo è arrivato significa che gli iraniani si ritengono soddisfatti. Sono i negoziatori più duri al mondo e trattano con gli americani fin dalla crisi degli ostaggi del 1979 che si concluse: con l’umiliazione di Jimmy Carter. C’è voluto tempo perché parlavano lingue diverse: gli iraniani, determinati ed esperti; gli americani in cerca di un accordo di superficie».
Cosa intende?
«Obama ci mise due anni per ottenere l’intesa sul nucleare. Venne discussa ogni virgola, ogni clausola. Il solo modo per ottenere accordi solidi. Trump, invece, ha cambiato strategia troppe volte. Si è fatto ingannare da Netanyahu, che gli aveva detto che sarebbe stato facile rovesciare il regime. E si è buttato in una guerra senza prevedere la chiusura di Hormuz. Il risultato è che una potenza più debole ha combattuto con droni a basso costo contro armi sofisticate ma costose, determinando l’attuale stallo. Una lezione importantissima che cambierà il modo in cui i Paesi comprano armi ed equipaggiano i loro eserciti»
Ieri Israele ha di nuovo bombardato Beirut: un tentativo di far saltare tutto in extremis?
«Ha cercato di spingere la situazione al limite, ma non si opporrà a un ordine diretto di Trump. Finora quell’ordine non è stato dato e ha cercato di imporsi con la forza: nonostante il problema del Libano potesse essere risolto con la diplomazia, strada che Netanyahu non è intenzionato a prendere».
Non conosciamo i dettagli, ma dal poco che sappiamo come giudica l’accordo?
«Peggiore di quello che ottenne Obama. All’epoca la questione nucleare era inclusa, oggi no. Si dice solo che ci sarà un cessate il fuoco e la conseguente riapertura di Hormuz. Del nucleare si parlerà in seguito. Ma intanto l’uranio è ancora nei bunker sotterranei iraniani. Dunque l’obiettivo di partenza non è stato raggiunto».
La guerra ha cambiato gli equilibri di potere globali?
«Di sicuro la Cina è quella che ha guadagnato di più. Può presentarsi al mondo come fonte di stabilità. E penso stia valutando la prospettiva di conquistare Taiwan. Non con un’invasione su vasta scala — hanno imparato la lezione imposta dalla resistenza dei piccoli Stati — ma con un blocco navale che soffochi l’isola fino a costringerla ad un accordo».
E l’Europa?
«Troppo dipendente dal petrolio mediorientale, ora ha come uniche fonti energetiche sicure quelle che vengono da Norvegia e Stati Uniti. Ma la dipendenza energetica è dipendenza geopolitica. Quindi deve investire ed accelerare la transizione verde e riportare in auge anche il nucleare, perché non può permettersi di essere troppo vulnerabile agli shock di approvvigionamento. Continente ricco e tecnologicamente avanzato, dovrà anche spendere di più per la difesa. E questo metterà a dura prova i suoi sistemi politici, perché aumenteranno conflitti economici e sociali: la gente vuole burro, non armi».
Che futuro ci aspetta?
«Stiamo assistendo ad un declino estremamente drammatico del potere americano; sia nel Golfo — dove la fiducia negli Stati Uniti è stata completamente distrutta — quanto in Europa, gli alleati non si fidano più di Washington. E questo avrà conseguenze».