«Non bisogna aspettarsi molto da Donald Trump. Oggi bisogna inventare un mondo non senza l’America, ma oltre l’America». Dominique Moïsi riassume così la posta in gioco nel G7 che si apre stasera a Evian. Tra i fondatori dell’Institut français de relations internationales e uno dei più autorevoli analisti francesi di geopolitica, Moïsi aggiunge: «La cosa più importante è che gli europei non si dividano».
Trump continua a inseguire un accordo con l’Iran. Perché fa così fatica a disimpegnarsi dal conflitto?
«Vedo un paragone tra Putin in Ucraina e Trump in Iran. In entrambi i casi c’è stata una sopravvalutazione delle capacità dell’aggressore e una sottovalutazione della resistenza della parte aggredita. I droni stanno trasformando la guerra e riducendo il divario tra il forte e il debole. Lo scenario della guerra rapida immaginato da Putin in Ucraina e da Trump insieme a Netanyahu in Iran si è rivelato non realistico. Siamo davanti a un nuovo capitolo delle disavventure americane in Me…
«Non bisogna aspettarsi molto da Donald Trump. Oggi bisogna inventare un mondo non senza l’America, ma oltre l’America». Dominique Moïsi riassume così la posta in gioco nel G7 che si apre stasera a Evian. Tra i fondatori dell’Institut français de relations internationales e uno dei più autorevoli analisti francesi di geopolitica, Moïsi aggiunge: «La cosa più importante è che gli europei non si dividano».
Trump continua a inseguire un accordo con l’Iran. Perché fa così fatica a disimpegnarsi dal conflitto?
«Vedo un paragone tra Putin in Ucraina e Trump in Iran. In entrambi i casi c’è stata una sopravvalutazione delle capacità dell’aggressore e una sottovalutazione della resistenza della parte aggredita. I droni stanno trasformando la guerra e riducendo il divario tra il forte e il debole. Lo scenario della guerra rapida immaginato da Putin in Ucraina e da Trump insieme a Netanyahu in Iran si è rivelato non realistico. Siamo davanti a un nuovo capitolo delle disavventure americane in Medio Oriente. E oggi è l’economia mondiale a pagare il prezzo di questo errore di valutazione».
Che cosa può ancora fare il G7 davanti a queste crisi?
«È molto difficile, vista la posizione a parte degli Stati Uniti rispetto agli altri paesi del club. Si potrebbe parlare di un G6+, oppure, in modo più critico, di un G6-, perché l’America è talvolta un ostacolo. Sul dossier ucraino l’Europa si è sostituita agli Usa. La situazione per Zelensky oggi è migliore rispetto agli ultimi G7. L’Ucraina viene ormai sostenuta principalmente dai Paesi europei. Direi persino che il Canada è più europeo che mai. E, in fondo, anche il Giappone».
E sul Medio Oriente?
«La situazione è diversa. L’Europa non può, non vuole e non ha i mezzi per sostituirsi agli Stati Uniti. Paga il prezzo dell’avventura americano-israeliana e cerca solo di ridurne l’impatto, anche proponendosi con il formato dei Volenterosi sullo Stretto di Hormuz. Se sull’Ucraina siamo diventati attori, sul Medio Oriente restiamo in larga misura spettatori».
Macron ha scelto di allargare il G7 invitando altri cinque paesi. È un tentativo di rilanciare il multilateralismo?
«Bisogna inventare un mondo non senza l’America, ma oltre l’America. Per ottant’anni gli Stati Uniti sono stati il cuore del sistema internazionale, il vessillo del multilateralismo. Non lo sono più. Erano un principio di ordine. Nell’era di Trump sono diventati un principio di disordine, se non un attore del disordine. Allargare il G7 non significa marginalizzare l’America, ma relativizzarne il peso».
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Quale ruolo possono avere gli altri leader europei nel vertice?
«La cosa più importante è che gli europei non si dividano. Trump ha voluto opporre gli uni agli altri, distinguendo tra i “buoni europei”, come Giorgia Meloni, e i “cattivi europei”, come Macron. Questa strategia è fallita perché il leader americano è andato troppo oltre e si è isolato. Tutte le forze politiche europee tendono ormai a prendere le distanze da lui. Lo fanno il Rassemblement National in Francia e Meloni in Italia. In un certo senso Trump è riuscito a far passare l’Europa dall’adolescenza all’età adulta».
La trasformazione dell’America è anche ideologica?
«Sono rimasto molto colpito dal discorso pronunciato da Pete Hegseth venuto in Francia per l’anniversario del D-Day. Non è arrivato per celebrare il trionfo della libertà. Per lui le spiagge dello Sbarco sono diventate il simbolo della “grande sostituzione”, del pericolo rappresentato dall’immigrazione. L’America campione della libertà di ieri è diventata un’America che alimenta il razzismo e l’intolleranza».
Eppure Macron accoglierà Trump con tutti gli onori a Evian e poi a Versailles.
«Macron ha pensato di poter sedurre prima Putin, poi Trump. È convinto che la sua intelligenza, la sua cultura, la sua empatia siano irresistibili. Non ha funzionato. Penso che ora sia consapevole che non c’è da aspettarsi risultati concreti da queste lusinghe con il leader Usa, ma non vuole provocare una crisi inutile. Conosce Trump, sa come reagisce, ha visto ciò che è accaduto nello Studio Ovale con Zelensky. Macron non vuole offrirgli un pretesto per alzarsi dal tavolo del G7 e andarsene dicendo di essere stato trattato male. Sarebbe controproducente».