Dai pedaggi nello Stretto di Hormuz al nucleare iraniano, la lunga serie di omissis nel memorandum
di Fabio TonacciL’accordo Usa-Iran sblocca lo Stretto di Hormuz, che prima della guerra non era bloccato. Impone lo stop di 60 giorni ai bombardamenti cominciati quando Trump e Netanyahu hanno deciso di attaccare Teheran, era il 28 febbraio scorso. Rimanda la definizione di tutte le questioni aperte sul nucleare iraniano a una seconda fase di negoziato. Vengono completamente espunti due temi che erano stati portati a giustificazione dell’offensiva contro la Repubblica islamica: la distruzione dell’arsenale missilistico dei pasdaran e il sostegno del regime ai gruppi armati come Hezbollah. E su Hormuz, oltrettutto, si allunga lo spettro di tariffe che, prima della guerra, non c’erano.
A meno che, dunque, Trump nella fase due non riesca a strappare la rinuncia di Teheran a ogni ambizione sul nucleare, per gli Stati Uniti la campagna iraniana sarà ricordata come un clamoroso fallimento. Non a caso il tycoon, che ribadisce di esser pronto a riprendere i raid o a fare degli Stati Uniti il guardiano d…
L’accordo Usa-Iran sblocca lo Stretto di Hormuz, che prima della guerra non era bloccato. Impone lo stop di 60 giorni ai bombardamenti cominciati quando Trump e Netanyahu hanno deciso di attaccare Teheran, era il 28 febbraio scorso. Rimanda la definizione di tutte le questioni aperte sul nucleare iraniano a una seconda fase di negoziato. Vengono completamente espunti due temi che erano stati portati a giustificazione dell’offensiva contro la Repubblica islamica: la distruzione dell’arsenale missilistico dei pasdaran e il sostegno del regime ai gruppi armati come Hezbollah. E su Hormuz, oltrettutto, si allunga lo spettro di tariffe che, prima della guerra, non c’erano.
A meno che, dunque, Trump nella fase due non riesca a strappare la rinuncia di Teheran a ogni ambizione sul nucleare, per gli Stati Uniti la campagna iraniana sarà ricordata come un clamoroso fallimento. Non a caso il tycoon, che ribadisce di esser pronto a riprendere i raid o a fare degli Stati Uniti il guardiano del Medio Oriente - in cambio, però, del 20 per cento delle rendite della regione - spinge su questo tasto. Sostiene che se non fosse intervenuto militarmente, l’Iran avrebbe spazzato via Israele. Al New York Times dichiara che l’accordo sul programma nucleare «sarà molto meglio di quello fatto da Obama nel 2015», che lui stracciò due anni dopo, durante il primo mandato alla Casa Bianca.
Tutto è appeso alle incognite di una trattativa che comincerà a breve. Trump vuole che l’Iran sospenda l’arricchimento dell’uranio per almeno 15 anni e che in seguito sia tenuto per sempre a basse percentuali. «A un livello che non possa essere usato per scopi militari», si limita a dire. In pratica, la stessa impostazione e gli stessi termini del Jcpoa siglato da Obama. Ma con una guerra in più.
Il programma nucleare, braccio di ferro su tempi e controlli a sorpresa
L’Iran si impegna: nessuna arma atomica nel futuro. È il punto di partenza del nuovo negoziato con gli Usa. Washington chiede stop all’arricchimento per 20 anni. Teheran rilancia: moratoria limitata a dieci anni. Resta aperto il nodo delle scorte di uranio arricchito. Gli Usa chiedono limiti rigidi e verificabili. L’Iran difende il diritto all’uso civile del nucleare. Al centro della trattativa ci sarà anche il ruolo dell’Agenzia atomica Aiea.
Washington vuole ispezioni intrusive e senza preavviso. Teheran preferisce controlli programmati e concordati. In discussione accessi ai siti e verifiche tecniche. Sul tavolo anche tempi e modalità dei monitoraggi. Le parti cercano un compromesso sulla trasparenza. L’obiettivo dichiarato è evitare una corsa all’atomica. Ma le distanze restano significative sui controlli. Restano da definire le garanzie sul rispetto dell’intesa. Decisivi potrebbero essere i meccanismi per sanzioni e verifiche.
Lo Stretto di Hormuz, per tornare alla normalità ci vorranno da tre a sei mesi
Trump ha annunciato la riapertura completa dello Stretto di Hormuz a partire da venerdì, «senza pedaggi» e «per 60 giorni», che è il tempo della trattativa della fase due. Se dovesse fallire, ha detto il tycoon, gli Stati Uniti riprenderanno a bombardare Teheran. La riapertura viene confermata dalla Repubblica islamica che, tuttavia, al termine dei 60 giorni, ha intenzione di sfruttare il nuovo scenario, in cooperazione con l’Oman. «Non vogliamo incassare pedaggi per il transito, ma imporre tariffe per i servizi di navigazione, la protezione ambientale, l’assicurazione per le navi e altri servizi necessari», afferma Esmaeil Baqaei, portavoce del ministro degli Esteri iraniano. Da tre mesi lo Stretto è sottoposto a doppio blocco: la ripresa dei flussi di navigazione è complessa, c’è bisogno di operazioni di sminamento del tratto di mare. Secondo gli esperti, per essere completate, serviranno dai tre ai sei mesi.
L’uranio arricchito, quei 440 kg al 60 per cento da “diluire” in patria
Sarà discusso nella seconda fase anche il destino di quello che è stato il casus belli: l’uranio arricchito. La Repubblica islamica ne ha 440 chili al 60 per cento, pericolosamente vicini al 90 per cento che è il livello di arricchimento necessario per fabbricare la bomba atomica. Lo stock si trova nei tunnel del sito bombardato di Isfahan. Gli Stati Uniti vogliono che sia distrutto o portato fuori dall’Iran, mentre il governo iraniano, che ha sempre negato di voler costruire l’arma atomica sebbene non esistano usi civili per uranio arricchito al 60 per cento, si è detto disposto a diluirlo, senza però trasferirlo all’estero.
Non è solo quello stock a preoccupare Usa e Israele, perché l’Iran ha altre 8 tonnellate di materiale radioattivo, seppur a livelli di arricchimento inferiori al 20 per cento. La soglia fissata dalla precedente intesa sul programma nucleare iraniano, raggiunta da Obama e stracciata da Trump, era il 3,67 per cento.
Il Libano, i pasdaran vogliono l’Idf fuori dal Paese ma gli alleati di Washington non ne vogliono sapere
La questione libanese è una delle più dibattute tra Stati Uniti e Iran. Teheran ha sempre detto che il cessate il fuoco deve riguardare anche il Libano e che le forze armate israeliane si devono ritirare. Per Netanyahu, però, questa è una condizione inaccettabile, e lo ha dimostrato continuando a bombardare Hezbollah anche nelle fasi più delicate dei colloqui che hanno portato poi all’approvazione della fase uno del memorandum di intesa. Ancora in queste ore il primo ministro israeliano ha rivendicato il diritto alla difesa, ribadendo di considerare i due scenari, Iran e Libano, separati.
L’accordo Usa-Iran, prevede però che la tregua di 60 giorni si applichi anche in Libano. Aggiunge un funzionario del governo americano che ha parlato con i media: “Il ritiro delle truppe israeliane non è una condizione inserita nel testo dell’accordo, e se l’Iran non è in grado di garantire che Hezbollah non torni a colpire con droni e razzi le posizioni israeliane e le città del nord della Galilea, Israele avrà il diritto di rispondere”.
I missili, fuori dal negoziato ma dentro la crisi l’arsenale è in gran parte intatto
La sua distruzione era uno degli obiettivi della guerra, o almeno così aveva detto Trump. Ma la verità è che non fanno parte del negoziato. Teheran non ha mai nemmeno iniziato a trattare sui suoi missili, che considera un pilastro non-negoziabile della difesa nazionale. In ogni caso i missili restano un nodo politico centrale nei colloqui. Teheran vede il programma come deterrenza convenzionale regionale, Washington lo lega alla sicurezza del nucleare. Per gli Usa i missili sono potenziali vettori atomici. Non esistono limiti vincolanti già accettati, né un meccanismo internazionale di ispezione.
Le stime del Pentagono parlano di gran parte dell’arsenale intatto (circa il 70%). Nonostante attacchi a siti e infrastrutture l’intelligence Usa indica una capacità ancora alta e segnala perdite parziali ma non decisive. Molti sistemi restano mobili e difficili da colpire. Questo rende impossibile una neutralizzazione totale Perciò il tema resta fuori accordo ma dentro la crisi.
Gli asset e le sanzioni, alleggerimento progressivo sulla base degli sviluppi
Sui beni iraniani congelati si gioca una delle partite più delicate. Secondo fonti di Teheran, nel testo del memorandum, che non è stato ancora diffuso, sarebbe stata inserita una clausola che prevede «lo sblocco generale di 24 miliardi di dollari», in asset immobilizzati, «durante il periodo di negoziazione dei 60 giorni». Metà della somma totale, tuttavia, dovrebbe essere messa a disposizione della Repubblica Islamica, «prima dell’inizio dei colloqui finali».
Washington non ha confermato. Parallelamente allo sblocco degli asset, sempre stando a quanto riferiscono alti funzionari iraniani, gli Stati Uniti dovrebbero sospendere temporaneamente le restrizioni imposte sul petrolio. Sul fronte delle sanzioni, il presidente Usa ha mantenuto una posizione prudente: «Dipende dal loro comportamento. Se faranno ciò che devono fare, allora potrebbero esserci sviluppi».