A Gaza avanza la “linea gialla” israeliana: “Quei blocchi di cemento sono ormai il nostro incubo”
di Ruwaida Amer“Ci mettono davanti dei blocchi gialli e ci lasciano decidere del nostro destino: morte o sopravvivenza”, racconta Mohammed al-Sha'af, 25 anni, sottolineando tutta la sua profonda frustrazione per il posizionamento di questi blocchi gialli nelle aree residenziali della Striscia di Gaza. Mohammed vive nel quartiere di al-Tuffah, a est di Gaza City. Ieri mattina ha trovato dei blocchi gialli nella sua zona, gli abitanti sono stati costretti a raccogliere i propri averi e fuggire da quella che era improvvisamente diventata un’area pericolosa. "L’esercito israeliano è arrivato, ha piazzato due blocchi gialli e ci ha lasciati al nostro destino: resistere e rimanere rischiando di essere uccisi oppure sopravvivere ma morire lentamente nelle tende", continua.
“Non riesco a capire l’accordo di cessate il fuoco sotto il quale viviamo dallo scorso ottobre. È tutto una menzogna. Due giorni fa vivevamo nelle nostre case e nei nostri quartieri, e ora stiamo cercando un altro posto dove rifugiarci”.…
“Ci mettono davanti dei blocchi gialli e ci lasciano decidere del nostro destino: morte o sopravvivenza”, racconta Mohammed al-Sha'af, 25 anni, sottolineando tutta la sua profonda frustrazione per il posizionamento di questi blocchi gialli nelle aree residenziali della Striscia di Gaza. Mohammed vive nel quartiere di al-Tuffah, a est di Gaza City. Ieri mattina ha trovato dei blocchi gialli nella sua zona, gli abitanti sono stati costretti a raccogliere i propri averi e fuggire da quella che era improvvisamente diventata un’area pericolosa. "L’esercito israeliano è arrivato, ha piazzato due blocchi gialli e ci ha lasciati al nostro destino: resistere e rimanere rischiando di essere uccisi oppure sopravvivere ma morire lentamente nelle tende", continua.
“Non riesco a capire l’accordo di cessate il fuoco sotto il quale viviamo dallo scorso ottobre. È tutto una menzogna. Due giorni fa vivevamo nelle nostre case e nei nostri quartieri, e ora stiamo cercando un altro posto dove rifugiarci”. Mohammed ha due figli, uno dei due ha solo sei mesi, e non sa dove portarli. Con la sua famiglia ha lasciato la zona ed è andato a casa di alcuni parenti nella parte centrale di Gaza, ma sa già che non resterò lì a lungo. “Cercherò un altro posto dove montare una tenda, ma la vita in una tenda è una morte lenta. Sto fuggendo da una morte per andare incontro a un’altra. Per questo vogliamo che il mondo ci salvi da questa guerra”.
Per Sarah Khader, 45 anni, madre e nonna di dieci nipoti, questi blocchi di cemento che avanzano è tra le l’immagine peggiore che abbia mai visto. “Quando li ho visti, sono rimasta scioccata. Viviamo in una zona al di fuori della Linea Verde. Perché è stata annessa a quella zona maledetta? E poi Katz dice che non ce ne andremo e che rimarrà disabitata. Quanto è grande Gaza perché debba essere occupata e la sua popolazione espulsa?”, si chiede la donna che ha già visto la sua casa distrutta dalla guerra. “Ho accettato questa dolorosa realtà, ma ero felice nel mio quartiere, tra i miei vicini e parenti – continua – Ora siamo stati espulsi e siamo alla ricerca di un posto dove vivere. Pianterò la mia tenda nel porto di Gaza, nell’accampamento che si trova lì, sotto il sole cocente. È una nuova e dolorosa prova, e sento che il mio cuore potrebbe non reggere il dolore”.
“Perché continuiamo a vivere questa sofferenza? Perché tutte le guerre del mondo finiscono tranne quella di Gaza? Cos’è questo dolore che stiamo sopportando mentre il mondo resta in silenzio?”, si chiede sempre Sarah.
Nel campo profughi di Jabalia, gruppi di civili che erano tornati alle loro case dopo il cessate il fuoco sono stati presi di mira e costretti a fuggire di nuovo dopo la minaccia di bombardamenti. “Siamo tornati nel centro di Jabalia dopo il cessate il fuoco. Abbiamo montato una tenda tra le macerie ma da quasi due mesi l’esercito israeliano prende di mira chiunque si riunisca nella zona. Vogliono costringerci ad andarcene e annettere l’area alla 'linea gialla'. Questa zona era considerata sicura dall’inizio del cessate il fuoco”, racconta Marwa Khader, 35 anni. “Come madre di tre figli, non posso andare altrove. Mio marito è stato ucciso nel 2024 mentre eravamo sfollati a Mawasi, vicino a Khan Younis, e non voglio mai più rivivere quell’esperienza. Voglio che il cessate il fuoco venga applicato correttamente e che ci lascino vivere nelle nostre zone, lontano dalla minaccia di essere uccisi o costretti a fuggire”.
L’annuncio di Netanyahu, il 28 maggio, della sua intenzione di annettere il 70% della Striscia di Gaza ha lasciato molti cittadini in ansia riguardo al futuro di questo accordo. "Ho vissuto molte guerre dal 2008, quasi cinque conflitti, ma non abbiamo mai vissuto una guerra come questa. Questa è un’occupazione della nostra terra. Non conosciamo lo scopo dell’espansione della 'zona gialla'. Ogni giorno vediamo questi blocchi di cemento avvicinarsi sempre di più alle nostre case. Non riusciamo a trovare spazio nelle aree occidentali. Dovremmo andare in mare e annegare? Non riesco a credere all’incubo che stiamo vivendo", spiega Raed al-Jarou, 55 anni, di Khan Younis. Il suo appello, come quello di tanti altri, è che Gaza venga salvata, che i negoziati abbino successo per poter tornare a casa. “Una settimana fa sono stato sfollato dalla mia zona nel centro di Khan Younis a causa degli avvertimenti che invitavano a lasciare l’area, poiché i blocchi gialli si stavano avvicinando.Non sappiamo dove andare insieme alle centinaia di migliaia di sfollati a ovest di Khan Younis. Vogliamo tornare alle nostre case e vogliamo che il cancro della 'linea gialla' smetta di espandersi”.