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Libano, ancora 50 morti prima di una nuova tregua. L’Idf: “Non ci fermiamo”

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Uccisi quattro soldati israeliani, poi i raid contro Hezbollah nel sud. Mediazione di Usa e Qatar, ma Ben-Gvir: “Bruci tutto il Paese”
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GERUSALEMME – La pace in Medio Oriente continua a passare dal sud del Libano. Da quest’altra striscia di terra che l’esercito israeliano ha occupato e da cui non intende ritirarsi, nonostante così sia stato stabilito dall’accordo siglato da Usa e Iran.

Sebbene giovedì notte fossero risuonate chiare le parole del leader americano Donald Trump — che chiedeva un cessate il fuoco di tutte le parti in Libano — ieri mattina la regione si svegliava con la notizia di nuovi scontri e morti. L’Idf, l’esercito israeliano, annunciava di aver effettuato nella notte raid aerei contro Hezbollah, «in risposta alle ripetute violazioni del cessate il fuoco». Negli attacchi, avvenuti nel distretto di Nabatieh, nella valle della Bekaa, avrebbe colpito più di 80 obiettivi facendo 25 vittime, con un bilancio che a fine giornata sarebbe stato aggiornato a 47 persone uccise — tra cui 7 donne e 2 bambini — e 97 ferite.

Ma poche ore dopo era sempre l’Idf a comunicare la morte nella notte di 4 suoi soldati…

GERUSALEMME – La pace in Medio Oriente continua a passare dal sud del Libano. Da quest’altra striscia di terra che l’esercito israeliano ha occupato e da cui non intende ritirarsi, nonostante così sia stato stabilito dall’accordo siglato da Usa e Iran.

Sebbene giovedì notte fossero risuonate chiare le parole del leader americano Donald Trump — che chiedeva un cessate il fuoco di tutte le parti in Libano — ieri mattina la regione si svegliava con la notizia di nuovi scontri e morti. L’Idf, l’esercito israeliano, annunciava di aver effettuato nella notte raid aerei contro Hezbollah, «in risposta alle ripetute violazioni del cessate il fuoco». Negli attacchi, avvenuti nel distretto di Nabatieh, nella valle della Bekaa, avrebbe colpito più di 80 obiettivi facendo 25 vittime, con un bilancio che a fine giornata sarebbe stato aggiornato a 47 persone uccise — tra cui 7 donne e 2 bambini — e 97 ferite.

Ma poche ore dopo era sempre l’Idf a comunicare la morte nella notte di 4 suoi soldati e il ferimento di altri 5 nel sud del Libano, a Kfar Tebnit. E questa sarebbe stata la violazione della tregua contro cui lo Stato ebraico aveva reagito. Tra i deceduti figurava il tenente colonnello Dor Gedaliah Ben Simhon, comandante di un battaglione. La notizia provocava subito l’ira dei falchi, come il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e quello delle Finanze Bezalel Smotrich. «Per ogni lacrima di una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere. Tutto il Libano deve bruciare. Con tutto il rispetto per gli americani, il sangue dei nostri figli e la sicurezza dei nostri cittadini non sono alla mercé di nessuno. Basta con questo ping pong. In Medio Oriente non si vince con risposte misurate e con la moderazione, bisogna scatenarsi. Annientare. Sconfiggere il terrorismo», scriveva il primo su X. E Smotrich aggiungeva: «È ora di parlare con il fuoco. E di aprire le porte dell’inferno».

Ma l’uccisione del comandante Simhon, di cui subito si diffondevano online le foto, era motivo di commozione nel Paese, testimoniata dal cordoglio del presidente Isaac Herzog. Israele teme che i suoi soldati, con le mani legate dall’accordo, finiscano per fare le «paperelle» sotto i colpi di Hezbollah (l’espressione è stata usata da un militare stesso).

Il sangue versato da entrambe le parti rischiava di non far ripartire più il negoziato tra Usa e Iran, i cui colloqui in Svizzera erano saltati proprio a causa del fuoco in Libano, con Israele accusato di aver di nuovo bombardato per primo. «Niente Libano, niente accordo», confermava l’Iran, e la tensione cresceva in Israele, dove non si era ancora spenta l’eco dei duri attacchi al governo da parte di Trump e del suo vice JD Vance, con il tycoon che nella notte aveva rincarato la dose dicendo ad Axios che «con Netanyahu è tutto normale, ma lo dobbiamo mantenere sano di mente». «Le mie istruzioni sono chiare, Israele non tollererà attacchi contro i soldati o il territorio e li farà pagare a caro prezzo a Hezbollah», affermava Netanyahu: «Rimarremo nella zona di sicurezza finché sarà necessario per proteggere le comunità del nord».

In un rimpallo di accuse, ecco però che arrivava a sorpresa l’annuncio di un cessate il fuoco, iniziato ieri alle 16 grazie alla mediazione di Stati Uniti e Qatar. «È un fatto positivo, la ciliegina sulla torta», si felicitava Trump alla Nbc. Per poi però insistere: «Non fosse stato per me, oggi Israele non esisterebbe».

Sarà, stavolta, vera tregua? «Se ci attaccano risponderemo», ripetono specularmente i due nemici. Ma intanto i media libanesi denunciano che gli israeliani hanno già portato a termine almeno 16 raid (2 i morti) dopo l’annuncio della tregua, e l’intelligence Usa ha segnalato a Trump, scrive il Washington Post, che Netanyahu proverà a sabotare l’accordo.

Il portavoce dell’Idf, il generale Effie Defrin, avverte che non si ritirerà dal sud del Libano e continuerà ad avere mano libera, «senza limiti», «per rimuovere le minacce in qualsiasi area». Prospettiva non rassicurante. Ma che permette a Usa e Iran di riavviare i negoziati. Fino al prossimo incidente in Libano.

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