Brexit, a dieci anni dal referendum a vincere tra i britannici è il sentimento di “Bregret”
dal nostro corrispondente Antonello GuerreraNigel Farage, 24 giugno 2016
LONDRA - Sono oramai passati dieci anni da quel fatidico referendum Brexit del 23 giugno 2016, e nel Regno Unito, almeno secondo i sondaggi, è sempre più palpabile il sentimento di “Bregret”. Ossia di rimorso (“regret”) per aver deciso di uscire dall’Unione Europea, a maggior ragione se si guarda al mondo nuovo dell’ultimo decennio, segnato dall’aggressione della Russia all’Ucraina e al continente intero. Ora, la maggioranza dei britannici vuole tornare in Ue.
Un nuovo studio demoscopico pubblicato oggi dall’European Council on Foreign Relations (Ecfr), dal titolo "La Brexit non funziona: gli elettori britannici sono pronti per un futuro europeo", rileva che il 66% dei britannici ritiene che l’uscita dall'Ue abbia avuto un impatto negativo sul Regno Unito e abbia peggiorato le cose su questioni chiave. Gli elettori di tutti gli schieramenti politici – compresi quelli che sostengono Reform UK del re della Brexit, Nigel Farage – ritengono ormai che la decisione del Regno Unito di lascia…
LONDRA - Sono oramai passati dieci anni da quel fatidico referendum Brexit del 23 giugno 2016, e nel Regno Unito, almeno secondo i sondaggi, è sempre più palpabile il sentimento di “Bregret”. Ossia di rimorso (“regret”) per aver deciso di uscire dall’Unione Europea, a maggior ragione se si guarda al mondo nuovo dell’ultimo decennio, segnato dall’aggressione della Russia all’Ucraina e al continente intero. Ora, la maggioranza dei britannici vuole tornare in Ue.
Un nuovo studio demoscopico pubblicato oggi dall’European Council on Foreign Relations (Ecfr), dal titolo "La Brexit non funziona: gli elettori britannici sono pronti per un futuro europeo", rileva che il 66% dei britannici ritiene che l’uscita dall'Ue abbia avuto un impatto negativo sul Regno Unito e abbia peggiorato le cose su questioni chiave. Gli elettori di tutti gli schieramenti politici – compresi quelli che sostengono Reform UK del re della Brexit, Nigel Farage – ritengono ormai che la decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione europea nel 2016 abbia avuto un impatto negativo sul Paese e su molte delle questioni che avevano caratterizzato il dibattito originario sulla Brexit, tra cui il costo della vita (66% di giudizi negativi), l’economia (65%), le opportunità per i giovani (57%) e il contrasto all’immigrazione illegale (56%).
Questa percezione alimenta una crescente domanda di relazioni economiche più strette con l’Ue: il 46% degli intervistati si dichiara favorevole, contro appena il 13% contrario. Tale orientamento raccoglie consenso anche tra gli elettori di Reform UK, con un margine del 49% contro il 20%. La percentuale cresce ulteriormente quando agli intervistati viene chiesto se desiderino "relazioni più strette" con l’Unione europea, in generale: il 75% si esprime a favore (inclusi il 60% di coloro che nel frattempo sono passati a Reform UK di Farage) mentre soltanto l’8% preferirebbe rapporti più distanti.
Non solo. In un contesto di crescente incertezza globale, quasi due terzi degli intervistati (63%) ritiene inoltre che il Regno Unito dovrebbe dare priorità alle relazioni con l’Europa rispetto a quelle con gli Stati Uniti. Il 58% favorisce relazioni più strette con l’Europa nel campo della difesa, rispetto al 19% che privilegia gli Stati Uniti. Solo il 18% dei britannici considera oggi gli Usa un alleato privilegiato, mentre la maggioranza identifica nei vicini europei – tra cui Francia, Germania, Polonia e Spagna – partner accomunati da valori condivisi. In caso di crisi, il 47% si rivolgerebbe all’Unione europea per ottenere sostegno, contro appena il 10% che guarderebbe a Washington.
In più, secondo un ulteriore sondaggio dell’Ecfr condotto in 15 Paesi dell’Unione europea, esiste un forte consenso a livello continentale a favore di una futura adesione del Regno Unito all’Ue. In media, il 66% degli intervistati nei Paesi esaminati accoglierebbe favorevolmente il ritorno del Regno Unito nel progetto europeo. Il sostegno varia dal 56% registrato in Bulgaria e dal 59% in Francia e Italia, fino al 75% nei Paesi Bassi e in Danimarca.
Per Mark Leonard, direttore e fondatore dell’Ecfr, l’opinione pubblica britannica si è profondamente evoluta rispetto al 2016 e l’Europa rappresenta oggi un’opportunità politica per il governo del Regno Unito: "Mentre Westminster continua a ossessionarsi per la divisione tra Remainers e Leavers, i cittadini hanno iniziato a guardare oltre, interrogandosi su come vivere in un mondo molto diverso da quello di dieci anni fa”.
Lo studio dell’Ecfr conferma un altro sondaggio di YouGov pubblicato la settimana scorsa, per il quale il 57% dei britannici ritiene che il Regno Unito abbia sbagliato a votare per l’uscita dall’Unione europea, inclusi il 23% degli elettori che nel 2016 votarono per il “Leave". Inoltre, una maggioranza sostiene il rientro nell’Ue (55%), mentre solo un terzo (34%) si dichiara contrario. Tuttavia, questo sostegno scende al 35% se il Regno Unito dovesse rientrare senza beneficiare delle precedenti clausole di esclusione (i privilegi cosiddetti "opt-out” rispetto ad altri Paesi membri Ue) di cui godeva: in tale scenario, il 43% si opporrebbe.
Su questo punto, Sandro Gozi, eurodeputato di Renew Europe e presidente dell’Assemblea parlamentare EU-UK, è categorico: "I britannici avevano un vestito su misura in Unione Europea, ora lo hanno perso per sempre”, dichiara Gozi a Repubblica. “Se vogliono rientrare, e credo che il dibattito si aprirà chiaramente alle prossime elezioni del 2029, avranno un abito buono, ma non sartoriale, come piace agli inglesi a Savile Row a Londra”.
Continua Gozi: “I risultati di questo sondaggio per me sono scontati e largamente annunciati. In tutti gi incontri che ho con politici, personalità e rappresentanti britannici, tutti hanno capito che la Brexit è sì stata una scelta democratica, ma è stata anche una scelta terribilmente sbagliata, basta vedere i dati economici. Nel 2016 i britannici sono stati ingannati da Johnson, da Farage, che io chiamo Mister Disaster e al quale ancora non è stato presentato il conto, dai media a livello pubblico, dei danni che ha provocato. Ma è stato un errore anche della stampa britannica. Perché per decenni molte pubblicazioni hanno preso di mira l’Europa distorcendo il rapporto tra Londra e Bruxelles, con le conseguenze che tutti abbiamo visto".