Non il Libano, non Hormuz, «sarà il nucleare il vero ostacolo» sulla via di una pace duratura, prevede Vali Nasr, ex consigliere sull’Iran dell’amministrazione Obama, nel giorno in cui a Lucerna iniziano i colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran per la tanto attesa fase due: 60 giorni di trattative che diranno se un accordo è davvero possibile e con esso la fine della guerra.
Gli iraniani hanno rifiutato anche di farsi fotografare accanto alla delegazione americana: non un inizio promettente. Che segnale è?
«Non si fidano ancora del fatto che gli Stati Uniti attueranno effettivamente qualcosa del memorandum e hanno anche un elettorato interno a cui non vogliono dare l’impressione che tutto vada bene e che ora si limitino a stringere la mano agli americani. Ma sono presenti e a un livello alto, la cosa importante è questa».
Il vicepresidente J.D. Vance ha parlato di possibile “svolta” storica per il Medio Oriente. Washington ha aspettative troppo alte?
«Gli Stati Uniti si sono scottati…
Non il Libano, non Hormuz, «sarà il nucleare il vero ostacolo» sulla via di una pace duratura, prevede Vali Nasr, ex consigliere sull’Iran dell’amministrazione Obama, nel giorno in cui a Lucerna iniziano i colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran per la tanto attesa fase due: 60 giorni di trattative che diranno se un accordo è davvero possibile e con esso la fine della guerra.
Gli iraniani hanno rifiutato anche di farsi fotografare accanto alla delegazione americana: non un inizio promettente. Che segnale è?
«Non si fidano ancora del fatto che gli Stati Uniti attueranno effettivamente qualcosa del memorandum e hanno anche un elettorato interno a cui non vogliono dare l’impressione che tutto vada bene e che ora si limitino a stringere la mano agli americani. Ma sono presenti e a un livello alto, la cosa importante è questa».
Il vicepresidente J.D. Vance ha parlato di possibile “svolta” storica per il Medio Oriente. Washington ha aspettative troppo alte?
«Gli Stati Uniti si sono scottati con l’Iran, che non era un problema così grande prima che iniziasse la guerra. Vogliono chiudere questa ossessione per il Medio Oriente potendo anche rivendicare un accordo come una sorta di vittoria, ma non possono farlo con la guerra. Gli iraniani dal canto loro vorrebbero un accordo definitivo che affronti le loro questioni principali: l’allentamento delle sanzioni e la sicurezza, vogliono poter vendere petrolio e accedere a quasi 100 miliardi di dollari che hanno all’estero. Il problema per loro è un presidente, Trump, che ha abbandonato un’intesa già firmata e che poi li ha bombardati due volte mentre negoziava. La questione della fiducia è fondamentale. Trump può mantenere le promesse alla luce anche delle molte critiche che sta ricevendo all’interno degli Stati Uniti?»
Per ora allunga la lista delle richieste: ha di nuovo messo sul tavolo la questione dei proxies iraniani nella regione, come Hezbollah, a cui non si fa nemmeno accenno nel Memorandum.
«È sottoposto a una pressione enorme. Ha un bacino di utenza interno da gestire come ce l’ha la Guida Suprema Khamenei che ha dato la responsabilità del memorandum a Pezeshkian».
Teheran vuole i soldi, ma è disposta a reintegrarsi nel mercato guidato dagli americani?
«Non vogliono diventare come Ahmad Al-Sharaa (il presidnete siriano, ndr), una sorta di leader filo-occidentale».
La terza Repubblica Islamica di Mojtaba non è pronta per superare lo slogan “morte all’America”?
«Non sappiamo cosa farà Khamenei a livello nazionale finché la guerra non sarà finita. È chiaro che non possono davvero gestire l’Iran senza risolvere i problemi economici che hanno causato una rivolta di massa a gennaio, durante la quale molte persone sono state uccise. Hanno bisogno di un accordo con l’Occidente. Mojtaba ha dimostrato di essere disposto ad andare in guerra con l’America in modo più aggressivo di suo padre, ma anche di essere disposto a perseguire la pace in modo più determinato di suo padre. L’incontro storico di Vance e Ghalibaf a Islamabad, i negoziati diretti, lo dimostrano. Certo, dopo decenni di antiamericanismo non può cambiare immediata- mente tutto, sta procedendo per gradi. I leader iraniani ora sono più pragmatici che ideologici, ma nessuno, soprattutto la nuova Guida Suprema, vuole che si ripeta il Jcpoa, perché Rouhani e Zarif hanno pagato un prezzo altissimo per aver firmato un accordo dal quale poi gli Stati Uniti si sono ritirati».
Libano, Hormuz, il nucleare: qual è il vero ostacolo in questo negoziato?
«Il nucleare. Hormuz è una questione, ma se l’Iran beneficia della rimozione delle sanzioni potrebbe anche decidere volontariamente di non imporre alcun pedaggio, quindi non credo che lo Stretto diventerà un grosso problema. Il nucleare invece si. Tecnicamente è la questione più difficile sulla quale arrivare a un accordo, è un tema critico tra i due Paesi da 20 anni e politicamente è la cosa più importante per l’Occidente».
Se il negoziato fallisse, che leve avrebbe Trump? Può davvero ancora riprendere la guerra?
«Credo che non lo voglia. Ha dimostrato di non volere un conflitto su larga scala. Non è un’opzione. Il suo discorso al G7 è stato indicativo: era molto preoccupato per l’economia globale, le riserve petrolifere americane potevano esaurirsi in quattro settimane, non voleva fare la fine di Herbert Hoover. Ed è per questo che ha accettato questo memorandum d’intesa. In un certo senso, ha già giocato le sue carte. La leva di Trump in questi negoziati è ancora rappresentata dalle sanzioni. Revocarle è l’unica cosa che può cambiare il comportamento degli iraniani».
È ottimista sull’esito delle trattative?
«Israele potrebbe cercare di sabotarle, come ha già fatto con il Libano. Non ho molta fiducia nelle capacità diplomatiche dell’amministrazione Trump, la pressione pubblica e quella interna su di lui sono forti, molte cose che potrebbero andare storte. Ma entrambe le parti hanno bisogno di un accordo, vogliono un accordo e questo fa sperare».