L’Ais – il sistema di identificazione – spento, la radio di bordo muta, una serie di checkpoint da attraversare indicati dal Centcom, il Comando centrale che sorveglia il Golfo Persico con le forze Usa; e la collaborazione decisiva della Marina militare italiana. Nella notte tra sabato e domenica, tra le navi che hanno passato lo Stretto di Hormuz, c’era anche la Yasa Moon, portarinfuse turca noleggiata dalla d’Amico Dry. Non con l’equipaggio, rimasto per mesi intrappolato nel Golfo Persico, ma con un nuovo gruppo di marittimi della Sirius Ship Management, la società specializzata del gruppo. Ora che la nave è sicura, l’armatore può raccontare una parte della storia. «Grazie alla professionalità e alla presenza costante della Marina Militare italiana, i nostri marittimi si sono sentiti in sicurezza in ogni istante», dice l’ad Cesare d’Amico.
Il resto, per ovvie ragioni, non sta nei comunicati. Ma una serie di fonti consentono di ricostruire nel dettaglio come si passa oggi dallo Str…
L’Ais – il sistema di identificazione – spento, la radio di bordo muta, una serie di checkpoint da attraversare indicati dal Centcom, il Comando centrale che sorveglia il Golfo Persico con le forze Usa; e la collaborazione decisiva della Marina militare italiana. Nella notte tra sabato e domenica, tra le navi che hanno passato lo Stretto di Hormuz, c’era anche la Yasa Moon, portarinfuse turca noleggiata dalla d’Amico Dry. Non con l’equipaggio, rimasto per mesi intrappolato nel Golfo Persico, ma con un nuovo gruppo di marittimi della Sirius Ship Management, la società specializzata del gruppo. Ora che la nave è sicura, l’armatore può raccontare una parte della storia. «Grazie alla professionalità e alla presenza costante della Marina Militare italiana, i nostri marittimi si sono sentiti in sicurezza in ogni istante», dice l’ad Cesare d’Amico.
Il resto, per ovvie ragioni, non sta nei comunicati. Ma una serie di fonti consentono di ricostruire nel dettaglio come si passa oggi dallo Stretto. Con una scelta iniziale che fa la differenza. C’è la via d’acqua a nord, sotto controllo iraniano, quasi sempre accompagnata dalla richiesta di una “assicurazione”, nome più elegante per il pedaggio. C’è il corridoio centrale, ormai evitato da tutti per il rischio mine. E c’è la più sicura rotta costiera omanita, utilizzata dalla Yasa Moon. Il passaggio, però, non somiglia alla normale traversata dello Stretto, per cui di solito bastano meno di 18 ore. Le navi rimaste ferme per mesi nelle acque calde del Golfo hanno carene appesantite da incrostazioni che riducono la velocità: i tempi si allungano fino a 36 ore e cresce e la vulnerabilità. Anche per questo un equipaggio di alto livello è decisivo.
Alla partenza, la nave deve presentarsi in un punto e in una finestra di tempo concordati con il Centcom. Da lì comincia una navigazione scandita da checkpoint virtuali. Le istruzioni ufficiali sono di tenere l’Ais acceso, ma tutte le navi che sono passate sono sparite per un certo periodo dai sistemi di tracciamento, segno che lo hanno spento. Nessuna comunicazione, poi, dalla radio di bordo, visto che il segnale aiuterebbe a identificare la posizione della nave. Ma anche a ridosso della costa dell’Oman i radar iraniani fanno il loro lavoro e partono gli avvertimenti: «Questa è la Marina iraniana, tornate indietro o verrete colpiti». Messaggi a cui non viene data alcuna risposta proprio per evitare di farsi localizzare. Il Centcom, intanto, vigila: con la radio inutilizzabile si comunica per mail; solo in caso di emergenza c’è il telefono satellitare. La protezione arriva dal cielo. Come? L’8 giugno un elicottero Apache è caduto di fronte all’Oman; probabile che fosse utilizzato in un’operazione di questo genere. L’altra notte, invece, non si sono visti elicotteri, è possibile dunque che alcune funzioni siano state affidate a droni. Quel che conta è che adesso la Yasa Moon naviga, libera, nel Golfo dell’Oman.