In esattamente dieci anni, la Brexit ha triturato sei primi ministri britannici e ora toccherà al settimo confrontarsi con quella infausta decisione, che ha trasformato il numero 10 di Downing Street, storico simbolo di stabilità, in una porta girevole. Al posto del laburista Keir Starmer arriva un altro laburista, Andy Burnham, con la promessa di interrompere la giostra del potere, «invertire la rotta» del caos politico e del declino economico, restituire al Labour un programma più marcatamente di sinistra. Nei suoi piani rimane per il momento in sottofondo la vera questione alla base della crisi che ha sconvolto il Regno Unito: l’uscita dall’Unione Europea, sancita dal referendum del 23 giugno 2016. Ma la coincidenza tra il decimo anniversario della Brexit e le ennesime dimissioni di un premier non è casuale.
In esattamente dieci anni, la Brexit ha triturato sei primi ministri britannici e ora toccherà al settimo confrontarsi con quella infausta decisione, che ha trasformato il numero 10 di Downing Street, storico simbolo di stabilità, in una porta girevole. Al posto del laburista Keir Starmer arriva un altro laburista, Andy Burnham, con la promessa di interrompere la giostra del potere, «invertire la rotta» del caos politico e del declino economico, restituire al Labour un programma più marcatamente di sinistra. Nei suoi piani rimane per il momento in sottofondo la vera questione alla base della crisi che ha sconvolto il Regno Unito: l’uscita dall’Unione Europea, sancita dal referendum del 23 giugno 2016. Ma la coincidenza tra il decimo anniversario della Brexit e le ennesime dimissioni di un premier non è casuale.
Da quel giorno, agli inglesi non ne è andata più una giusta. La Brexit (Britain exit: Britannia esce, non era chiaro per andare dove) ha innescato un’instabilità peggiore di quella dell’Italia della Prima Repubblica, la fine del predominio dei partiti tradizionali, un calo del prodotto interno lordo stimato fra il 6 e l’8 per cento. David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e infine Starmer: travolti uno dopo l’altro, per un insieme di motivazioni. E tuttavia, se serviva una prova di quanto conti appartenere alla Ue, Londra si è sacrificata offrendola sulla propria pelle all’intero continente. Non per nulla gli altri euroscettici d’Europa, pur criticando Bruxelles, non parlano più di lasciarla: termini come Grexit e Italexit, di uso comune un decennio fa, sono scomparsi dal lessico continentale.
Il disagio sociale che nel 2016 permise la vittoria di misura del “divorzio” dalla Ue, 52 a 48 per cento, era reale ed è tuttora presente, in Gran Bretagna come nel resto dell’Occidente. I brexitiani ne indicarono la causa nell’appartenenza all’Europa unita e nell’immigrazione. In realtà, la rabbia dei ceti deboli nei confronti dell’establishment aveva ed ha altre ragioni: la globalizzazione e la deindustrializzazione, che hanno spostato l’ago della bilancia del mondo verso Oriente. Ridare speranza alla classe lavoratrice sarà la priorità di Burnham per riconquistare consensi ed evitare che fra tre anni, a conclusione della legislatura, o prima, se costretto a elezioni anticipate, Downing Street cambi di nuovo inquilino, portando al governo il “Trump inglese”: il nazionalista Nigel Farage, promotore originale della Brexit, vincitore con Reform, il partito di cui è alla guida, nelle elezioni regionali del mese scorso. I sondaggi indicano infatti un umore contraddittorio nella popolazione: il 55-60 per cento è adesso convinto che la Brexit sia stata un danno e voterebbe per tornare nella Ue; ma al tempo stesso gli elettori sono attirati dal messaggio populista di Farage. Dopo avere provato per quattordici anni i conservatori e per due anni i laburisti, i sudditi di re Carlo (a proposito, non per colpa della Brexit, anche la monarchia in questo decennio non si è sentita tanto bene) sembrano disposti a correre dietro all’ultima novità di turno.
Migliorare le cose, senza affrontare il problema centrale del rapporto con la Ue, il blocco verso cui si riversa il 40 per cento dell’import-export britannico, sarà difficile. Del resto, in un Occidente in cui l’America di Trump volta le spalle ai tradizionali alleati, anzi li insulta, anche Bruxelles ha bisogno della City, delle finanze, del deterrente nucleare e dei servizi segreti del Paese che rappresenta la quarta gamba del continente. Il Regno Unito era entrato nella Comunità Europea nel 1973, consapevole di non essere più un impero. Oggi è ancora più evidente che la decisione del 2016 di uscirne è stata un errore e che, di fronte a giganti come Stati Uniti, Cina, Russia, vale il vecchio proverbio: l’unione fa la forza. Un passo alla volta, magari riaprendo la questione alle elezioni del 2029, Andy Burnham ha sulle spalle la responsabilità di riportare Britannia dove la collocano storia e geografia: in Europa.