Il primo round dei negoziati va a Teheran, ecco perché il regime ha vinto su diversi fronti
di Gabriella ColarussoDal Burgenstock che guarda il placido lago di Lucerna, JD Vance prova a rassicurare: il negoziato con l’Iran promette bene. In verità, gli americani faticano a portare a casa risultati degni di nota. Gli iraniani hanno tardato ad arrivare in Svizzera puntando i piedi sulla tregua in Libano, un dossier che in teoria non sarebbe nemmeno di loro competenza. Per protesta contro i raid israeliani sabato hanno chiuso lo stretto di Hormuz, facendo di nuovo crollare a picco il traffico commerciale. E quando finalmente hanno raggiunto Lucerna, si sono rifiutati di farsi fotografare accanto a Vance. Questioni di politica interna, pure loro hanno un elettorato a cui badare, ma anche nella sostanza il primo round negoziale si conclude a favore di Teheran. Il ritorno degli ispettori Aiea in Iran è un passo avanti, ma gli ispettori in Iran c’erano già prima della guerra, come lo stretto di Hormuz era aperto prima del conflitto. Per ottenere due cose che succedevano già prima del 28 febbraio, l’ammi…
Dal Burgenstock che guarda il placido lago di Lucerna, JD Vance prova a rassicurare: il negoziato con l’Iran promette bene. In verità, gli americani faticano a portare a casa risultati degni di nota. Gli iraniani hanno tardato ad arrivare in Svizzera puntando i piedi sulla tregua in Libano, un dossier che in teoria non sarebbe nemmeno di loro competenza. Per protesta contro i raid israeliani sabato hanno chiuso lo stretto di Hormuz, facendo di nuovo crollare a picco il traffico commerciale. E quando finalmente hanno raggiunto Lucerna, si sono rifiutati di farsi fotografare accanto a Vance. Questioni di politica interna, pure loro hanno un elettorato a cui badare, ma anche nella sostanza il primo round negoziale si conclude a favore di Teheran. Il ritorno degli ispettori Aiea in Iran è un passo avanti, ma gli ispettori in Iran c’erano già prima della guerra, come lo stretto di Hormuz era aperto prima del conflitto. Per ottenere due cose che succedevano già prima del 28 febbraio, l’amministrazione Trump deve fare concessioni importanti come rimuovere le sanzioni sul petrolio di Teheran. Gli americani lo vedono: il 57% pensa che il conflitto abbia creato più problemi di quanti ne abbia risolti (fonte Cbs News/YouGov). E alla stragrande maggioranza (66%) l’accordo non piace.
I fondi congelati: gli ayatollah conquistano lo sblocco
Sono il vero motore del negoziato, quello che ha spinto l’Iran a tornare al tavolo dopo che Trump l’ha bombardato per ben due volte: i soldi. I colloqui svizzeri hanno portato buon raccolto per Teheran. Il dipartimento del Tesoro Usa ha sospeso le sanzioni sul petrolio iraniano per 60 giorni, il tempo della trattativa. Annunciandolo, il segretario al Tesoro Bessent ha detto che gli Stati Uniti lo hanno deciso perché le navi hanno ripreso a passare a Hormuz e perché l’Iran ha accettato le ispezioni Aiea nei siti nucleari, ovvero due cose che succedevano normalmente prima della guerra. Al Burgenstock gli iraniani hanno anche concordato col Qatar un meccanismo per sbloccare circa sei miliardi di dollari iraniani fermi nelle banche di Doha. JD Vance ha assicurato che non serviranno a «finanziare il terrorismo» ma a comprare «sorgo, mais e grano americani a beneficio del popolo iraniano», verranno usati cioè solo per acquisti di natura umanitaria. Da vedere se sarà così. Sul capitolo più succulento per Teheran, il fondo per la ricostruzione da 300 miliardi di dollari, nessuna novità.
Il controllo dello Stretto di Hormuz
Un “telefono rosso” stile guerra fredda, non tra Washington e Mosca ma tra Stati Uniti e Iran. La linea di comunicazione sicura creata in Svizzera servirà a evitare «incidenti e malintesi» e a garantire «il passaggio sicuro delle navi commerciali attraverso Hormuz», ha spiegato diligentemente il mediatore qatarino, ma di fatto sancisce il controllo di Teheran sul canale, una delle vie marittime più strategiche nel mondo, e l’accettazione americana di questa sovranità. Già adesso le navi devono coordinarsi con la neonata Autorità iraniana per il Golfo Perisco, gestita dai Pasdaran, ovvero da una organizzazione che gli americani considerano “terroristica”. Ieri Araghchi e Ghalibaf sono volati in Oman, dopo la Svizzera, per definire il meccanismo di gestione futura dello stretto. Per 60 giorni gli iraniani non faranno pagare i “servizi” di transito. Dopo, chissà. Concedere un piccolo dazio a Teheran pur di non vedere più richiuso lo Stretto potrebbe alla fine rivelarsi conveniente. Anche senza pedaggi, grazie alla guerra di Trump gli iraniani hanno sancito il loro controllo su Hormuz.
L’influenza sul Libano
JD Vance l’ha annunciato con candore: gli Stati Uniti creeranno una “cellula di coordinamento” con l’Iran per gestire il cessate il fuoco in Libano, ovvero assicurarsi che non si spari più. Per la prima volta, l’America riconosce di fatto all’Iran il ruolo di protettore di Hezbollah, il partito-milizia libanese, e dunque di garante della pace in uno Stato terzo, per giunta ai confini di Israele. Netanyahu ieri insisteva nel ribadire che l’Idf non si ritirerà dal sud del Libano e che Israele non si sente condizionato ad accordi presi in altra sede. Nell’unità di coordinamento sul Libano non c’è il governo libanese, a quanto si sa. Mantenere l’equilibrio di potere a Beirut, con Hezbollah che esercita una pressione determinante sul governo eletto, essendo rimasta l’unica milizia armata nel paese dopo la guerra civile, è fondamentale per Teheran, che considera il Libano un suo protettorato. Al punto da condizionare l’intero negoziato con l’America alla tregua «su tutti i fronti». Vance parla di possibile “svolta” per l’interno Medio Oriente. Israele comincia a chiedersi se la svolta abbia al centro l’Iran.
Le centrali nucleari: i controlli restano quelli prima della guerra
È un dialogo tra due interlocutori che non si ascoltano. Trump (e Vance) provano a vendere come grande vittoria dei colloqui svizzeri il ritorno degli ispettori Aiea a Teheran, che erano già operativi in Iran prima della guerra. La Repubblica islamica chiarisce che non ha preso nessun «nuovo impegno» e che le ispezioni avverranno «secondo le procedure vigenti», ovvero la legge del Parlamento e le indicazioni del Consiglio di sicurezza. Non è chiaro se saranno ispezioni a tutto campo e in tutti gli impianti. In passato l’Iran ha progressivamente ridotto il monitoraggio dell’Aiea sul suo programma nucleare ogni volta che si alzavano le tensioni con la comunità internazionale. E’ probabile che anche stavolta l’accesso sarà graduale, proporzionato alla rimozione delle sanzioni e allo sblocco dei fondi bloccati all’estero.
Il dossier nucleare è vitale per Teheran. Su quello la Guida suprema si gioca la sua credibilità e il sistema la sua tenuta interna. Ogni concessione arriverà solo a costi molto alti per l’America.