I 2 attivisti della Flotilla in Italia dopo la liberazione in Libia: “Stiamo bene, ma è stata dura”
di Alessia CanditoStanchi, provati, ma sorridenti. Sono arrivati a Fiumicino Dina Alberizia e Nico Centrone, i due attivisti della flotilla di terra liberati dopo un mese di detenzione nella Libia di Haftar. Con loro c’era anche l’italouruguayano Matias Alvarez Rodriguez, anche lui parte del Convoy bloccato il 24 maggio scorso. “Questo è il più bel regalo che potessi ricevere”, racconta Centrone, che proprio oggi compie gli anni. “Sto, stiamo bene. Ma soprattutto mentalmente è stata dura”, racconta. “Non ci aspettavamo che finisse così. Avevamo messo in conto di poter essere fermati o arrestati, ma non tutto quello che è successo”.
La violenza fisica è stata relativa, spiega. “Siamo stati fermati prima del valico e tirati giù in malo modo dalle ambulanze che avremmo voluto portare fino a Gaza. Ci hanno strattonati con violenza, qui in valigia ho la maglietta che avevo addosso quel giorno, tutta strappata”. Da quel momento in poi, spiega, sono iniziati giorni lunghi di bugie, silenzi, disorientamento, p…
Stanchi, provati, ma sorridenti. Sono arrivati a Fiumicino Dina Alberizia e Nico Centrone, i due attivisti della flotilla di terra liberati dopo un mese di detenzione nella Libia di Haftar. Con loro c’era anche l’italouruguayano Matias Alvarez Rodriguez, anche lui parte del Convoy bloccato il 24 maggio scorso. “Questo è il più bel regalo che potessi ricevere”, racconta Centrone, che proprio oggi compie gli anni. “Sto, stiamo bene. Ma soprattutto mentalmente è stata dura”, racconta. “Non ci aspettavamo che finisse così. Avevamo messo in conto di poter essere fermati o arrestati, ma non tutto quello che è successo”.
La violenza fisica è stata relativa, spiega. “Siamo stati fermati prima del valico e tirati giù in malo modo dalle ambulanze che avremmo voluto portare fino a Gaza. Ci hanno strattonati con violenza, qui in valigia ho la maglietta che avevo addosso quel giorno, tutta strappata”. Da quel momento in poi, spiega, sono iniziati giorni lunghi di bugie, silenzi, disorientamento, paura. Inizialmente i soldati di Haftar hanno detto ai dieci prigionieri che sarebbero stati espulsi, ma si sono ritrovati a Bengasi, per le prime 24 ore in isolamento in celle di sicurezza. Solo dopo l’intervento del console, autorizzato a quasi una settimana dall’inizio della detenzione, le condizioni sono migliorate.
“Il momento più difficile – spiega Dina Alberizia, insegnante in pensione di 67 anni – è stato non poter parlare con i nostri familiari per dodici giorni. Pensavo a mio padre 98enne. Non gli avevo detto nulla della missione in Libia, immaginavo che avesse saputo del mio arresto dalla tv, che fosse preoccupato. Lo ero anche io”. Gli occhi le si inumidiscono quando parla di lui, mentre la voce non trema quando racconta la lunga detenzione. “Psicologicamente è stata sicuramente difficile. Non sapere cosa ci sarebbe successo, non poter parlare con un legale, con i nostri familiari, non conoscere neanche le accuse che ci venivano mosse”. Ma nel corso del tempo, soprattutto dopo la visita del console Filippo Colombo, ammette, “eravamo prigionieri di serie A. Godevamo di privilegi che gli altri detenuti potevano solo sognare, come la possibilità di uscire in cortile o nello spazio davanti alle celle e stare tutti insieme”.
Nessuno ieri si aspettava la liberazione. La loro detenzione – si sussurrava – era stata prolungata di un mese, alla scadenza mancava più di una settimana. “Ce lo hanno detto due ore prima – dice Alberizia – adesso siamo felici, emozionati, ma anche frastornati. È strano avere di nuovo a che fare con tante persone”. Al loro rientro in Italia si è arrivati dopo un lungo lavoro diplomatico e di intelligence andato avanti sottotraccia per settimane.
Alberizia e Centrone facevano parte della flotilla di terra, la carovana solidale che dalla Mauritania puntava ad attraversare il Nord Africa e arrivare fino al valico di Rafah, in Egitto, con un carico di aiuti, materiale scolastico, case mobili e ambulanze da consegnare a Gaza. Un viaggio che si è interrotto nella zona cuscinetto tra le due Libie, nei pressi di Sirte. Dopo oltre una settimana di blocco e inutili trattative, il 24 maggio una delegazione di dieci attivisti, fra cui Alberizia e Centrone, ha raggiunto il valico per tentare un’ultima mediazione con la Libia di Haftar. Chiedevano solo l’autorizzazione a un passaggio sicuro fino al confine con l’Egitto, ufficialmente negato per “motivi di sicurezza”.
Gli attivisti avevano proposto una riduzione della delegazione, gli altri, rimasti nella zona cuscinetto, assicurano che l’arrivo al valico per una nuova interlocuzione fosse stato concordato. Ma appena passata la frontiera i dieci attivisti sono stati tirati giù da auto e ambulanze, fatti salire su dei van bianchi e trasferiti – si è saputo poi – a Bengasi. Per un mese, sono stati detenuti prima in una stazione di polizia, poi in un carcere in condizioni, confermano oggi, durissime. “La liberazione dei nostri attivisti è solo un primo passo” afferma in una nota la Global Sumud Flotilla Italia, che al governo e alle istruzioni chiede una “condanna chiara delle violazioni commesse contro i propri cittadini durante le due missioni Gsf, dalle forze israeliane a quelle libiche” e azioni conseguenti, a partire da “interventi diplomatici ad alto livello, formali attivazione di sanzioni mirate contro i responsabili e la sospensione di ogni forma di cooperazione".