La mossa serviva a rompere il giochino ai Pasdaran, a spezzare il monopolio sullo Stretto di Hormuz spuntando le armi di Teheran al tavolo negoziale. Ma ha funzionato al contrario, e la tensione per il controllo del canale ieri è tornata a salire, con gli americani che premono sull’Oman, l’altro stato costiero, perché si sottragga al giogo della Repubblica islamica.
Due sere fa, Muscat aveva annunciato l’apertura di un corridoio sud per far transitare le navi, senza pedaggi, lungo le proprie coste durante i 60 giorni di trattative tra Stati Uniti e Iran, in coordinamento con l’Imo, l’agenzia marittima dell’Onu. I guardiani della rivoluzione hanno risposto immediatamente minacciando conseguenze per le imbarcazioni che non seguissero esclusivamente la rotta designata da Teheran. La ragione non è solo di sicurezza, come vorrebbero far credere i Guardiani, ma di influenza: l’assoluta priorità per gli iraniani è mantenere il controllo dello stretto. Lo scontro però è destinato ad acuirsi p…
La mossa serviva a rompere il giochino ai Pasdaran, a spezzare il monopolio sullo Stretto di Hormuz spuntando le armi di Teheran al tavolo negoziale. Ma ha funzionato al contrario, e la tensione per il controllo del canale ieri è tornata a salire, con gli americani che premono sull’Oman, l’altro stato costiero, perché si sottragga al giogo della Repubblica islamica.
Due sere fa, Muscat aveva annunciato l’apertura di un corridoio sud per far transitare le navi, senza pedaggi, lungo le proprie coste durante i 60 giorni di trattative tra Stati Uniti e Iran, in coordinamento con l’Imo, l’agenzia marittima dell’Onu. I guardiani della rivoluzione hanno risposto immediatamente minacciando conseguenze per le imbarcazioni che non seguissero esclusivamente la rotta designata da Teheran. La ragione non è solo di sicurezza, come vorrebbero far credere i Guardiani, ma di influenza: l’assoluta priorità per gli iraniani è mantenere il controllo dello stretto. Lo scontro però è destinato ad acuirsi perché l’Oman sta pensando a un progetto di gestione post-guerra diverso da quello di Teheran.
Gli iraniani vorrebbero applicare il modello Dardanelli, introducendo delle tariffe per i servizi di sicurezza, protezione e tutela ambientale, come fa la Turchia che impone alle navi di pagare il “franco oro” per passare da e verso il Mar Egeo. I diplomatici della Repubblica islamica hanno presentato il piano a diversi paesi della regione, scrive il Wall Street Journal, e persino alla Cina, e calcolano che da un sistema simile gli stati costieri potrebbero guadagnare 40 miliardi di dollari l’anno.
Per l’America, come per gli Europei, è un piano inaccettabile non tanto per il pagamento in sé, ma per l’effetto domino che potrebbe avere in decine di stretti nel mondo. Nel suo tour del Golfo, Rubio ha insistito con Muscat perché prendesse le distanze da Teheran ribadendo che nessun paese della regione è favorevole all’introduzione di pedaggi, tariffe o qualunque altre forma di pagamento. Ma il ministro degli esteri omanita non ha fatto in tempo a dire che non verranno imposti pagamenti a Hormuz che subito ha ricevuto la telefonata del suo omologo iraniano, Araghchi: «Abbiamo ribadito che Iran e Oman condurranno un dialogo per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz», ha detto l’iraniano.
L’Oman, secondo fonti a conoscenza delle discussioni in corso, sta pensando a un sistema simile a quanto accade negli stretti di Malacca e Singapore dove il contributo delle navi al pagamento dei servizi è volontario, non obbligatorio. Sarebbe comunque un cambiamento nello status quo di Hormuz ma in linea con le regole internazionali. Il punto è farlo digerire a Teheran. Ieri la tensione era così alta che l’Onu ha interrotto le evacuazioni dopo che una nave mercantile è stata colpita da un missile proprio al largo dell’Oman, vicino alla “nuova” rotta. Responsabile ignoto, messaggio chiaro.