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La mamma, i tre fratellini e le vite sospese: le storie dalle macerie del terremoto del Venezuela

(afp)

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Centinaia di morti, oltre 40mila dispersi segnalati e migliaia di feriti dopo la doppietta sismica di 7.2 e 7.5 gradi che ha colpito il Paese. Ma anche sopravvissuti e racconti di speranza
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La corsa per avere notizie dei propri cari: “Ho fede, ma l’incertezza è una tortura”

José è salito in moto appena ha saputo del crollo. Ha attraversato Caracas con il cuore in gola e una sola speranza: arrivare in tempo. José Morillo, 61 anni e la sua famiglia da salvare. Ha raggiunto il complesso Residencias Obelisco, nel quartiere di Altamira, dove sapeva che i suoi familiari erano intrappolati nel crollo del palazzo. Per ore è rimasto davanti alle macerie, come decine di altre persone che aspettavano una voce, un segnale, un movimento. «Mio fratello, mio figlio e i miei nipoti sono tutti là dentro», racconta al Guardian. «Ho fede. Credo molto in Dio. Spero che stiano tutti bene, ma l’incertezza è una tortura», dice mentre attorno a lui i soccorritori scavano tra cemento e tondini di ferro. In silenzio, lì accanto, i parenti osservano ogni movimento delle squadre di ricerca. Poi, nel cuore della notte, una ragazza viene estratta viva dalle macerie: «È mia nipote», grida Morillo ment…

La corsa per avere notizie dei propri cari: “Ho fede, ma l’incertezza è una tortura”

José è salito in moto appena ha saputo del crollo. Ha attraversato Caracas con il cuore in gola e una sola speranza: arrivare in tempo. José Morillo, 61 anni e la sua famiglia da salvare. Ha raggiunto il complesso Residencias Obelisco, nel quartiere di Altamira, dove sapeva che i suoi familiari erano intrappolati nel crollo del palazzo. Per ore è rimasto davanti alle macerie, come decine di altre persone che aspettavano una voce, un segnale, un movimento. «Mio fratello, mio figlio e i miei nipoti sono tutti là dentro», racconta al Guardian. «Ho fede. Credo molto in Dio. Spero che stiano tutti bene, ma l’incertezza è una tortura», dice mentre attorno a lui i soccorritori scavano tra cemento e tondini di ferro. In silenzio, lì accanto, i parenti osservano ogni movimento delle squadre di ricerca. Poi, nel cuore della notte, una ragazza viene estratta viva dalle macerie: «È mia nipote», grida Morillo mentre la caricano su un’ambulanza. Ma l’attesa, davanti alle macerie, continua.

“Siamo in tre”: e i soccorritori li tirano fuori sani e salvi un bambino e le sue due sorelle

Con la telecamera del cellulare in mano, Mario Ruiz ha dato tre volti alla speranza in questo mondo sommerso dai calcinacci. «Dio misericordioso», esulta mentre le mani di un soccorritore estraggono uno ad uno tre fratellini rimasti là sotto per ore. Il suo video fa il giro dei social e del media di tutto il mondo. I fratellini sono figli dei suoi vicini di casa: il primo a uscire è uno scricciolo che avrà forse sei anni, magrissimo e coperto di polvere. È notte, i soccorritori hanno aperto lentamente una crepa tra le macerie, creando una fessura nel cemento armato di questo palazzo che non esiste più a La Guaira, la zona in cui il sisma ha colpito più duramente. È impolverato, ma apparentemente sanissimo. «Siamo tre qui», sospira appena la voce della sorellina di poco più grande quando tocca a lei uscire dai calcinacci. C’è ancora qualcuno, da salvare. La terza sorella è adolescente: la fessura nel cemento è stretta, fa più fatica ma eccola, è salva. Accanto, un uomo esausto e disperato può solo annuire, quando gli chiedono se anche suo figlio sia ancora lì sotto.

Amileth cerca suo figlio e chiede una ruspa: “É lì sotto ma non c’è niente per estrarlo”

Amileth Jiménez non cerca spiegazioni, vuole una ruspa. C’è suo figlio, lì sotto. È immobile da ore davanti al palazzo di sette piani completamente distrutto dalle scosse di terremoto. «Ha 19 anni», dice, ed è sicura che sia da qualche parte sotto le lastre di cemento e pietra. Impossibile rimuoverle con le mani nude, ma nella notte di La Guaira, la cittadina sventrata dal terremoto a una ventina di chilometri dalla capitale Caracas, non c’è molto altro a disposizione dei soccorritori nelle prime drammatiche ore dopo le due scosse. «È sotto le lastre e non ci sono macchinari per tirarlo fuori», dice. La tragedia aveva già bussato alla loro porta: «Mio padre è morto tre giorni fa e adesso succede questo. Ormai siamo rimasti solo io e mio figlio», dice mentre tutti intorno maledicono l’assenza di strumenti, di mezzi pesanti per provare a fare qualcosa davvero oltre che sperare e implorare. Ruspe, pale, mezzi meccanici in grado di rimuovere le macerie e di raggiungere le persone ancora intrappolate sotto gli edifici crollati.

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