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“Le tensioni tra Iran e Italia causate dalla superficialità di Rutte”

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Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, spiega come le rassicurazioni a Trump del segretario generale della Nato abbiano fornito a Teheran “un’occasione per alzare la voce” al tavolo dei negoziati. “Anche se se anno benissimo che l’Italia non ha partecipato alle operazioni militari contro di loro”
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“Un incidente dettato dalla superficialità”. La definisce così, Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies e profondo conoscitore dell’Iran, la tensione causata dalle parole improvvide di Mark Rutte sul presunto coinvolgimento dell’Italia nella guerra contro l’Iran. Un incidente che però offre a Teheran “l’occasione alzare la voce e la posta al tavolo dei negoziati in Svizzera”.

Perché questa uscita del segretario generale della Nato?

"Voleva dire agli americani che continuiamo a essere alleati, che non tradiamo l'impegno verso la Nato, ma l’ha fatto con un’uscita davvero inappropriata. Non credo ci siano particolari intenzioni dietro, è stato un incidente di superficialità. Le basi in Italia dove sono presenti forze americane sono regolate da un accordo bilaterale e regolarmente autorizzate a compiere una serie di operazioni di routine, che siano di logistica o per il normale mantenimento delle forze. Nessuna operazione di attacco avrebbe potuto interessare le basi ita…

“Un incidente dettato dalla superficialità”. La definisce così, Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies e profondo conoscitore dell’Iran, la tensione causata dalle parole improvvide di Mark Rutte sul presunto coinvolgimento dell’Italia nella guerra contro l’Iran. Un incidente che però offre a Teheran “l’occasione alzare la voce e la posta al tavolo dei negoziati in Svizzera”.

Perché questa uscita del segretario generale della Nato?

"Voleva dire agli americani che continuiamo a essere alleati, che non tradiamo l'impegno verso la Nato, ma l’ha fatto con un’uscita davvero inappropriata. Non credo ci siano particolari intenzioni dietro, è stato un incidente di superficialità. Le basi in Italia dove sono presenti forze americane sono regolate da un accordo bilaterale e regolarmente autorizzate a compiere una serie di operazioni di routine, che siano di logistica o per il normale mantenimento delle forze. Nessuna operazione di attacco avrebbe potuto interessare le basi italiane, siamo a oltre 2.500 km dagli obiettivi, sarebbe stato un non senso”.

Se un aereo cisterna decolla da Sigonella per rifornire in volo un bombardiere che a sua volta andrà ad attaccare l’Iran, non è una operazione di guerra?

"I voli di rifornimento, l'attività cinetica vera e propria, vengono svolti da altri aeroporti, non da Sigonella. Le operazioni di attacco partono dalle basi nel Golfo e anche quelle di rifornimento perché non avrebbero autonomia operativa per arrivare lì”.

Teheran ha chiesto spiegazioni e avvertito l’Italia di “possibili” conseguenze: quali potrebbero essere?

"L’Iran fa quello che fa un Paese che sta negoziando: prova a sfruttare un episodio come questo sul tavolo delle trattative. Sanno benissimo che non è partito nulla dall'Italia per colpire l'Iran, però alzano i toni per ottenere di più nei negoziati in Svizzera. Ma è chiaro anche a loro che non ci sono stati coinvolgimenti diretti degli europei nella guerra. Se avessero voluto aprire una crisi con l’Italia avrebbero avuto posizioni più dure. Tra i Paesi europei, l'Italia è probabilmente quello che ha mantenuto i rapporti più cordiali con Teheran nonostante la guerra, quantomeno più aperti, secondo una linea pragmatica che non ha mai chiuso in modo netto verso l'Iran, né ha avuto scossoni com’è successo con francesi e tedeschi".

All’inizio della guerra era sembrato che il regime potesse addirittura cadere. Ora gli europei devono fare i conti con il fatto che resterà: quanto il conflitto ha pregiudicato i rapporti?

"L'Italia è stata forse uno dei pochissimi Paesi europei che ha manifestato sin da subito scetticismo rispetto a questa operazione militare, sul fatto che non aveva grandi chance di poter produrre i risultati attesi, peraltro cambiati più volte nel corso del conflitto, e abbiamo anche negato l'impiego della base di Sigonella almeno in un'occasione. Gli iraniani hanno ottenuto molto da questo accordo. Ma la nuova generazione al potere a Teheran ha una posizione molto diversa nei confronti degli europei, più punitiva, guarda con maggior interesse ai rapporti con i cinesi, con gli asiatici in generale, con i russi. Ma bisogna vedere cosa verrà fuori dal negoziato”.

Si parla di un fondo di ricostruzione da 300 miliardi. Teheran da bestia nera a Eldorado per gli investimenti?

“Anche nel 2015 ci fu entusiasmo, ricordo la prima missione a Teheran con decine di aziende italiane, si parlava di opportunità enormi, ordini per miliardi: ci volle veramente poco prima che il Dipartimento del Tesoro gelasse quegli entusiasmi”.

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