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La faglia: El Pilar la furiosa e i due terremoti gemelli spinti da America e Caraibi

(reuters)

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Le scosse letali a pochi secondi di distanza separate da appena 5 km. Il “doublet earthquake” in una delle zone più sismiche del pianeta
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L’uno-due che ha messo al tappeto il Venezuela ha un nome preciso: geologi e geofisici lo chiamano “doublet earthquake”, terremoto doppio. Una coppia di scosse di magnitudo comparabile, che si verificano in aree molto vicine, entro i 50-100 chilometri, e in un breve lasso di tempo, da poche ore a diversi giorni. Entrambi gli eventi sono considerati scosse principali, piuttosto che una scossa di assestamento dell’altra. Nello Stato di Yaracuy, 150 chilometri a ovest di Caracas è successo qualcosa del genere. Anzi di peggio. Una prima scossa di magnitudo 7.2, poi, appena 39 secondi dopo una seconda da 7.5. E con epicentri distanti appena cinque chilometri.

«Il secondo, quello più violento, si è generato sulla faglia El Pilar, che corre da Est a Ovest e separa la placca sudamericana dalla placca caraibica», spiega Carlo Doglioni, professore di Geodinamica a La Sapienza Università di Roma e vicepresidente dell’Accademia dei Lincei. «La prima scossa invece si potrebbe essere originata su u…

L’uno-due che ha messo al tappeto il Venezuela ha un nome preciso: geologi e geofisici lo chiamano “doublet earthquake”, terremoto doppio. Una coppia di scosse di magnitudo comparabile, che si verificano in aree molto vicine, entro i 50-100 chilometri, e in un breve lasso di tempo, da poche ore a diversi giorni. Entrambi gli eventi sono considerati scosse principali, piuttosto che una scossa di assestamento dell’altra. Nello Stato di Yaracuy, 150 chilometri a ovest di Caracas è successo qualcosa del genere. Anzi di peggio. Una prima scossa di magnitudo 7.2, poi, appena 39 secondi dopo una seconda da 7.5. E con epicentri distanti appena cinque chilometri.

«Il secondo, quello più violento, si è generato sulla faglia El Pilar, che corre da Est a Ovest e separa la placca sudamericana dalla placca caraibica», spiega Carlo Doglioni, professore di Geodinamica a La Sapienza Università di Roma e vicepresidente dell’Accademia dei Lincei. «La prima scossa invece si potrebbe essere originata su una faglia ortogonale rispetto a quella principale». È stato il primo terremoto a innescare il secondo? «È una spiegazione possibile», risponde lo scienziato. «Sulla faglia El Pilar lo scorrimento delle due placche produce un accumulo di energia elastica, come la compressione di una molla pronta a scattare. La prima scossa ha forse fatto da innesco e provocato il secondo evento, più forte».

Semplificando, è perché il Sudamerica si sta spostando verso ovest rispetto ai Caraibi. «Il movimento relativo è di circa 2 centimetri l’anno, 2 metri in un secolo», conferma Doglioni. «In questa occasione è possibile che la faglia che separa il Sudamerica dai Caraibi, e che corre per oltre 1.000 chilometri, si sia attivata per almeno 150 chilometri. Nel tratto interessato si potrebbe essere verificato uno slittamento verso occidente di 5 metri in una sola volta».

Anche per questo i drammatici eventi delle ultime ore non colgono di sorpresa gli esperti: quell’area è tra le più sismiche al mondo. «In Venezuela dal 1900 a oggi ci sono stati 5 terremoti di magnitudo superiore a 7», ricorda Doglioni. «E quello che si verificò nel 1812 si pensa abbia avuto magnitudo 7.7: 0.2 in più rispetto a ieri, che però significa un rilascio di energia doppio».

Nelle stesse ore del doublet earthquake venezuelano, in Giappone si è registrata una scossa di magnitudo 7, senza danni apprezzabili. Merito della edilizia antisismica nipponica? «Sappiamo che la pericolosità naturale è una cosa, mentre alla formazione del rischio contribuiscono anche vulnerabilità e esposizione di un territorio», avverte il geologo dei Lincei. «Tuttavia, spesso i forti terremoti giapponesi hanno origine in mare e a grande profondità. Quello venezuelano invece è avvenuto sulla terraferma e, secondo le prime stime, ad appena 15-20 km di profondità. Il che ha prodotto un grandissimo scuotimento in superficie».

Dopo i due colpi, c’è da aspettarsene un terzo? «Al momento il servizio geologico americano (Usgs, ndr) dà una probabilità intorno al 3-4% per eventi di magnitudo superiore a 7, mentre per scosse meno forti la probabilità è molto più alta. La sequenza continuerà, anche se diversa rispetto a quelle cui siamo abituati in Italia, sulla dorsale appenninica. Basta ricordare che nella sequenza del 2016 registrammo 160mila scosse di assestamento nei successivi 8 anni». Doglioni all’epoca si era appena insediato come presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. «In quel caso è stata la forza di gravità che agisce sulla crosta terrestre a spingere verso il basso, fino ad assestarsi, appunto. Nei terremoti come questo del Venezuela, invece, la crosta terrestre si muove né contro né a favore di gravità. E quando è finita l’energia, non ne ha più per continuare a spostarsi».

Il terremoto doppio non è una rarità. Il caso più noto e recente è quello di tre anni fa in Turchia: una scossa di magnitudo 7.8 seguita da una di 7.5. «Ma anche in Irpinia nel 1980 ci furono tre forti scosse nel giro di 40 secondi», ricorda Doglioni.

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