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Venezuela, Gasparini: “Nuovo disastro mentre l’America ci colonizza, a pagare sono sempre i poveri”

(afp)

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Il famoso fotoreporter nato a Gorizia ed emigrato in Venezuela: “Ho sentito un boato impressionante, sono rimasto paralizzato in casa”
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«Ho passato un brutto momento. Ma un bicchiere di whisky mi ha dato una mano». Paolo Gasparini, a 92 anni, vive da solo in un appartamento a Caracas, dove conserva l’archivio di migliaia di scatti che hanno fatto di lui uno dei maggiori fotoreporter del Novecento. Nato a Gorizia, emigrato a Caracas ancora ragazzo, domani avrebbe dovuto essere a Lignano Sabbiadoro per ricevere il Premio Hemingway Fotografia per il libro Adiós a la fotografía, culmine di una esistenza di fotografo dei due mondi: lo ritirerà per lui suo figlio Esteban, che vive a Trieste. Risponde al telefono con il suo accento veneto-ispanico dolce, a volte ironico, oggi molto preoccupato.

Paolo, come sta? Come stanno le sue cose?

«Io per fortuna vivo a Colinas de Bello Monte, una zona di Caracas in cui non ci sono stati i disastri che si vedono sulla costa, a La Guaira, dove c’è anche l’aeroporto, devono esserci molti morti, è una zona piena di edifici, abitata, chissà quanti bambini… La faglia non passa di qui, lo san…

«Ho passato un brutto momento. Ma un bicchiere di whisky mi ha dato una mano». Paolo Gasparini, a 92 anni, vive da solo in un appartamento a Caracas, dove conserva l’archivio di migliaia di scatti che hanno fatto di lui uno dei maggiori fotoreporter del Novecento. Nato a Gorizia, emigrato a Caracas ancora ragazzo, domani avrebbe dovuto essere a Lignano Sabbiadoro per ricevere il Premio Hemingway Fotografia per il libro Adiós a la fotografía, culmine di una esistenza di fotografo dei due mondi: lo ritirerà per lui suo figlio Esteban, che vive a Trieste. Risponde al telefono con il suo accento veneto-ispanico dolce, a volte ironico, oggi molto preoccupato.

Paolo, come sta? Come stanno le sue cose?

«Io per fortuna vivo a Colinas de Bello Monte, una zona di Caracas in cui non ci sono stati i disastri che si vedono sulla costa, a La Guaira, dove c’è anche l’aeroporto, devono esserci molti morti, è una zona piena di edifici, abitata, chissà quanti bambini… La faglia non passa di qui, lo sanno tutti dove è e dove è sempre stata, come quella di San Francisco, passa in una zona che si chiama Altamira e Los Palos Grandes, attraversa il monte Avila e arriva sulla costa, le stesse zone del sisma di una quarantina di anni fa».

Ma è stato pauroso anche dalle sue parti?

«Tremendo. Ero sul portone del condominio, stavo accompagnando fuori un amico che era venuto a trovarmi, e prima della scossa ho sentito quel rumore, un rumore impressionante, non ho mai sentito un rumore del genere, un rumore solido, come dire… I rumori nella vita comune vengono da un punto, una direzione, quello no, era tutto attorno, completo, sferico, sopra, sotto, a destra, a sinistra, senza scampo, come descriverlo… Un camion pieno di pietre che passa su una strada piena di buche…».

Poi la scossa….

«Subito dopo, tutto si muoveva. Ero già sulle scale, il posto più pericoloso dicono, mi sono aggrappato al corrimano, non riuscivo né a scendere né a salire. C’erano vicini di casa che scappavano fuori. Stava per piovere. Ho scelto di tornare dentro casa, accada quel che accada. Il lampadario di sala dondolava ancora di un mezzo metro da una parte e dall’altra, una ceramica frantumata in cucina e i libri per terra…».

In quella casa ci sono quarant’anni del suo lavoro di straordinario narratore visuale delle contraddizioni e delle sofferenze dell’America Latina, ha avuto paura di perderlo?

«Non sembra che ci siano lesioni, per fortuna. Ma la cosa più importante sono le persone. La ragazza che mi aiuta a tenere in ordine l’archivio, Dilimar, che ha 35 anni ma per me è una bambina, era appena uscita, alle cinque, per tornare a casa, mi ha telefonato poco dopo piangendo, il suo autobus era rimasto bloccato sulla litoranea, il mare aveva inondato la strada e non riuscivano a muoversi».

Cosa ha saputo del resto della città?

«La rete nazionale non dà quasi notizie. Forse perché la gente davanti alle telecamere, o nei video girati col cellulare e messi in rete, grida che mancano i soccorsi, che non arrivano aiuti. Mi informo sul canale che la Cnn ha dedicato al Venezuela, capisce come è messo questo Paese, per avere notizie della mia città devo chiederle a una rete americana… Le autorità stesse chiedono aiuto, ma l’aeroporto è fuori uso, faticheranno ad arrivare soccorsi dall’estero».

Questo Venezuela, la sua patria da settant’anni, è davvero una terra martoriata, dalla natura e dagli uomini…

«Sul serio, prima con Chávez, poi con Maduro e ora col terremoto, e Trump nel mezzo che fa i suoi interessi… Questa tragedia cade in un momento gattopardesco, hanno cambiato tutto per non cambiare niente, hanno rapito un presidente per portarselo negli Usa ma nella vita della gente non è cambiato nulla… E quel che cambia è in funzione degli interessi degli Usa… Proprio ieri prima della scossa sentivo l’annuncio che fra poco il Paese sarà “dollarizzato”… Cioè definitivamente ridotto a una colonia. Questo è ciò che stiamo vivendo qua: un disastro in mezzo a una colonizzazione».

Lei ha raccontato per decenni con le sue immagini, ora esposte a Gorizia, il disastro cronico dell’America del Sud. Adesso arriva un altro colpo.

«Oggi non faccio più fotografie, me nel mio archivio credo ci sia un lungo racconto di tutto questo. Un continente che ha preso molti colpi. Nell’America Latina tutti i disastri, che siano di origine umana o naturale, hanno una cosa in comune: se la prendono con la povera gente».

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