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Sul volo da Roma a Caracas con gli specialisti degli aiuti: “Poche ore per salvare vite”

Vigili del fuoco e Protezione Civile in partenza per il Venezuela per l'emergenza sisma

 

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Sono 97 gli operatori della Protezione civile atterrati nella notte in Venezuela Andranno a La Guaira: “Sarà come in Turchia nel 2023”
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BASE MILITARE DI EL LIBERTADOR (MARACAY) – È questione di ore, poche. A bordo dell’aereo senza finestrini che trasporta l’aiuto italiano in Venezuela ne sono tutti consapevoli. Settantadue ore, un numero fissato nella testa dei 97 componenti della missione civile coordinata dal Dipartimento della protezione civile: è il tempo della speranza, quando la possibilità di trovare qualcuno ancora vivo negli edifici polverizzati, e stornarlo dal computo dei dispersi, c’è ed è ragionevolmente alta. Al quarto giorno, il pessimismo pretende spazio negli animi dei soccorritori. Che, comunque andrà, non smetteranno di scavare.

Il Boeing 767 dell’Aeronautica militare decollato ieri da Pratica di Mare e atterrato nella notte alla base militare di El Libertador, a Maracay, ha nella stiva gli strumenti dei vigili del fuoco Usar, l’acronimo dei cataclismi: sta per Urban search and rescue ed identifica quelli che sanno scalare le macerie delle case come alpinisti e penetrarvi dentro come speleologi. A M…

BASE MILITARE DI EL LIBERTADOR (MARACAY) – È questione di ore, poche. A bordo dell’aereo senza finestrini che trasporta l’aiuto italiano in Venezuela ne sono tutti consapevoli. Settantadue ore, un numero fissato nella testa dei 97 componenti della missione civile coordinata dal Dipartimento della protezione civile: è il tempo della speranza, quando la possibilità di trovare qualcuno ancora vivo negli edifici polverizzati, e stornarlo dal computo dei dispersi, c’è ed è ragionevolmente alta. Al quarto giorno, il pessimismo pretende spazio negli animi dei soccorritori. Che, comunque andrà, non smetteranno di scavare.

Il Boeing 767 dell’Aeronautica militare decollato ieri da Pratica di Mare e atterrato nella notte alla base militare di El Libertador, a Maracay, ha nella stiva gli strumenti dei vigili del fuoco Usar, l’acronimo dei cataclismi: sta per Urban search and rescue ed identifica quelli che sanno scalare le macerie delle case come alpinisti e penetrarvi dentro come speleologi. A Maracay - un centinaio di chilometri da Caracas, a metà strada tra l’epicentro del sisma e la capitale - ci sono 25 Usar nel gruppo dei 40 pompieri, tutti del comparto piemontese. «Lavorare con chi conosci da una vita, in situazioni così complicate, è un vantaggio», spiega Maurizio Tonda, 57 anni.

È alla prima missione all’estero. Finora il suo compito è stato tirare fuori superstiti dalle disgrazie italiane. «Ero ad Arquata del Tronto per il terremoto, poi al Ponte Morandi…». L’elenco è lungo. Ancora sente un brivido freddo quando ripensa al viadotto genovese venuto giù durante un temporale: per caso scoprì di stare recuperando il corpo di un ragazzino che era in classe di suo figlio. Scavando nelle tragedie, può succedere.

Durante lo scalo tecnico del Boeing Kc-767 nell’arcipelago delle Azzorre, per il rifornimento, il personale riaccende i telefonini per un paio d’ore, utili a ristabilire i contatti con gli altri team internazionali, appurare che il computo delle vittime è in crescita, i dispersi sono oltre 50 mila e tra i morti ci sono tre italiani. «Nelle aree colpite dal doppio terremoto di mercoledì vivono 65 mila connazionali», spiega Maria Teresa Del Re, consigliera dell’Unità di crisi della Farnesina. «Tremila sono quelli che risultano abitare proprio nell’epicentro». Che i sismologi hanno individuato tra i comuni di Moron e San Felipe, a trecento chilometri da Caracas.

«Il governo venezuelano ci ha chiesto squadre di ricerca e soccorso, personale sanitario e anche tende, che porteremo con un altro aereo», spiega Paolo Vaccari, il capo missione. Nel suo curriculum, le scosse che hanno sbriciolato il mondo: Indonesia (2006), Cina (2008), Perù (2008), Haiti (2010), Cile (2010), Nepal (2015), Turchia (2023). «E poi ero a Derna, in Libia, nel settembre del 2023. Ci furono 25 mila morti per l’alluvione, eppure in Europa si parlava d’altro». In Venezuela la missione italiana sarà dislocata quasi certamente a La Guaira, la zona più devastata che, a pochi chilometri da Caracas affaccia sul Mar dei Caraibi.

In volo sull’Atlantico si fanno confronti col passato e col vissuto, è inevitabile. «Ci aspettiamo una situazione simile al terremoto della Turchia», fa Ciro Bolognese, team leader degli Usar. «Il piano è di metterci a lavorare subito dopo l’atterraggio, all’aeroporto militare di Valencia. Il luogo sarà deciso insieme alle autorità venezuelane». Una volta sul posto, faranno valutazioni che non sono mai standard, perché ogni volta che la terra trema i palazzi collassati diventano un enigma da esplorare e da ascoltare, nella speranza di sentire voci.

«Quando ero in Turchia, ad Hatay, parlavo a un signore che per metà era schiacciato da un solaio e diceva di sentire sua figlia vicino alla gamba», ricorda Cristiana Lupini, 50 anni, romana, medico di emergenza Ares 118. «Quando è stato estratto la figlia non c’era». Frammenti di memoria che pungono ogni volta che una missione all’estero comincia. Lupini fa parte del team di 36 medici e infermieri addestrati a operare come Usar. «Proteggiamo i nostri vigili del fuoco, perché si feriscono spesso, e poi siamo in assistenza diretta di chi è sotto i detriti. In quelle ore si creano relazioni umane potenti. C’è chi dice che dopo un po’ ci si fa l’abitudine, che si diventa freddi. Non lo so se è così, io me li ricordo tutti, i sopravvissuti».

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