Talebani, un verso vi seppellirà: la rete delle poetesse che sfida il potere in Afghanistan
di Alain LallemandLEYDA – Ci troviamo in una periferia residenziale come tante nei Paesi Bassi: una fila di centinaia di piccole case di mattoni rossi e dietro minuscoli giardini una porta d’ingresso uguale a mille altre, una sola finestra al piano terra e l’unico piano abitabile ricavato nel sottotetto. Chi potrebbe immaginare che in una di queste strade tranquille, dietro uno di questi muri anonimi, si stia combattendo una guerra di resistenza contro l’oscurantismo talebano?
Ogni lunedì mattina alle 10, una settimana in inglese e quella successiva in persiano, la poetessa afghana in esilio Somaia Ramish e la romanziera olandese Bette Adriaanse si alternano nel tenere online corsi clandestini di poesia e scrittura creativa per circa settanta ragazze e donne che vivono in Afghanistan sotto il soffocante regime talebano. Alcune studentesse vivono già in esilio in Iran e Pakistan, ma la maggior parte della classe è sparsa tra Kabul, Herat, Kandahar, Bamyan o Balkh, dove a queste donne tra i 16 e i 40 ann…
LEYDA – Ci troviamo in una periferia residenziale come tante nei Paesi Bassi: una fila di centinaia di piccole case di mattoni rossi e dietro minuscoli giardini una porta d’ingresso uguale a mille altre, una sola finestra al piano terra e l’unico piano abitabile ricavato nel sottotetto. Chi potrebbe immaginare che in una di queste strade tranquille, dietro uno di questi muri anonimi, si stia combattendo una guerra di resistenza contro l’oscurantismo talebano?
Ogni lunedì mattina alle 10, una settimana in inglese e quella successiva in persiano, la poetessa afghana in esilio Somaia Ramish e la romanziera olandese Bette Adriaanse si alternano nel tenere online corsi clandestini di poesia e scrittura creativa per circa settanta ragazze e donne che vivono in Afghanistan sotto il soffocante regime talebano. Alcune studentesse vivono già in esilio in Iran e Pakistan, ma la maggior parte della classe è sparsa tra Kabul, Herat, Kandahar, Bamyan o Balkh, dove a queste donne tra i 16 e i 40 anni sono vietate l’istruzione, la poesia e la musica.
Per sessanta minuti ogni lunedì, tramite Zoom o WhatsApp, tornano a far parte del mondo libero, completano la loro formazione letteraria, scrivono i propri testi, i propri versi, che sottopongono alle insegnanti e alla classe per migliorare insieme la loro espressione.
La poesia, marcatore dell’identità afghana
La lezione del giorno è in persiano e riguarda la costruzione delle immagini poetiche. Diverse allieve non hanno osato accendere la videocamera, oppure preferiscono non sovraccaricare la banda disponibile, dato che la connessione non è ottimale. Ognuna è isolata, segue la lezione su Zoom con il sostegno della famiglia — bisogna pagare la connessione — e i lavori vengono condivisi a voce oppure tramite la chat.
Davanti alla telecamera, Somaia insegna, corregge, incoraggia e le allieve rispondono: beleh, tashkar!
E il livello è alto, perché in Afghanistan la poesia è sempre stata insegnata fin dalla più tenera età, molto prima ancora di imparare a scrivere. Nella cultura persiana la poesia è un modo comune di vivere, di esprimere le proprie lotte, la propria rabbia e le proprie emozioni. È una parola che queste donne ritrovano per dare voce ai loro progetti, alle loro rivolte, talvolta anche alla loro sensualità; in breve, per esercitare la propria libertà.
La domanda è stata tale che oggi i corsi di Somaia Ramish contano settanta studentesse.
Avevamo incontrato Somaia Ramish nell’aprile scorso: era arrivata a Wavre, su invito di Amnesty International e della libreria Claudine, per presentare la sua poesia, tradotta e pubblicata in Belgio da Maelström.
"Poetessa” è una definizione troppo riduttiva per riassumere l’impegno di questa autrice originaria di Herat, nel sud-ovest dell’Afghanistan, membro del consiglio provinciale di Herat dal 2014 al 2019, esiliata in Europa dopo il ritorno al potere dei talebani e oggi docente invitata presso la Gerrit Rietveld Academie di Amsterdam.
Dietro le quinte aveva evocato il suo impegno volontario, senza alcun finanziamento, nell’insegnare clandestinamente alle afghane private dell’istruzione: la poesia era soltanto un mezzo per sviluppare la capacità di agire, l’emancipazione di una generazione condannata al burqa.
«Per noi donne afghane, la poesia non è soltanto arte o soltanto bellezza; è uno strumento di libertà, il linguaggio del corpo, della speranza, uno strumento molto potente».
«Una porta d’accesso a un altro mondo»
Vedere Somaia concretamente all’opera, nella sua casa di Leida, resta un’esperienza sorprendente. «Volevo classi di trenta persone, ma il successo è stato tale che quest’anno ne seguo settanta. Devono avere almeno un minimo di istruzione, devono saper scrivere. Alcune sono laureate o hanno visto interrompersi i loro studi; altre erano insegnanti, giornaliste e oggi, sotto il regime talebano, si ritrovano senza lavoro. Quello che offro loro è una piccola porta d’accesso a un altro mondo».
Per ora le lezioni si tengono soltanto in persiano (dari), lingua veicolare di tutto l’Afghanistan, e non ancora in pashtu, la lingua madre delle tribù da cui provengono i talebani. Esiste naturalmente una poesia in pashtu, in particolare quei componimenti molto brevi di appena due versi chiamati landay. Ma la poesia persiana è già ricchissima di poemi epici (ghazal) e di «poesie bianche» (sher-e sepid), in versi liberi.
Dopo quattro lezioni teoriche arrivano la pratica, gli esercizi e anche la condivisione di libri che Somaia distribuisce in formato PDF.
«Adorano i PDF, che leggono sullo smartphone o sul computer. Invio libri che possano ispirarle, donne che ispirino altre donne, come Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, un libro scritto molto tempo fa ma che racconta un percorso di emancipazione. Condivido testi che parlano di censura, apartheid di genere e ingiustizie di vario tipo. Tra queste letture c’è Wislawa Szymborska, molto stimolante per le mie studentesse afghane: pochissime donne hanno ricevuto il Nobel».
«L’oppressione è un incubo / inchiodato al sogno mutilato delle donne / l’oppressione non si divide / si moltiplica in ogni cosa»
Una rete di poetesse in esilio
Somaia Ramish non è l’unica poetessa in esilio a tenere corsi clandestini online. In Europa esiste un’intera diaspora di autrici attiviste, in Svezia, Francia, Austria, Germania e altrove, che aiutano le donne rimaste in Afghanistan offrendo lezioni, facendo arrivare clandestinamente opere letterarie o promuovendo la poesia afghana attraverso festival come il Salsal, organizzato in Svezia da circa dieci anni.
Questa rete semiclandestina è ben conosciuta da Belgheis Alavi, poetessa, ricercatrice e docente di persiano all’Inalco di Parigi, l’Istituto nazionale delle lingue e civiltà orientali. Non solo ha raccolto alcune delle più importanti voci dell’esilio nella sua antologia L’amour, l’exil, la liberté (Calmann-Lévy, Pocket), ma partecipa attivamente alla rete come membro dell’associazione francese Gowharshad, che prende il nome da una grande regina timuride mecenate delle arti.
«La nostra azione principale consiste nel sostenere le studentesse che sono riuscite a lasciare il Paese e a stabilirsi in Iran o in Turkmenistan. Concediamo loro borse di studio affinché possano riprendere gli studi. Parallelamente animiamo e sosteniamo circoli letterari clandestini riservati esclusivamente alle donne — studentesse delle scuole superiori, diplomate e universitarie — che vivono in Afghanistan o si sono rifugiate in Iran e Pakistan. Ci facciamo carico delle spese di connessione affinché possano seguire le nostre sessioni settimanali su WhatsApp».
L’aspetto più sorprendente è il modo in cui riescono a rendere disponibili opere letterarie in Afghanistan sotto il naso dei talebani. «Acquistiamo direttamente i libri presso librerie indipendenti ancora attive a Kabul, che conservano nella stanza sul retro — oppure a casa del libraio, lontano dagli sguardi degli agenti talebani — opere letterarie. È anche un modo per sostenere questi librai. Così ho potuto procurare alle studentesse La vita davanti a sé di Romain Gary, tradotto in persiano e pubblicato in Iran».
Un fatto gioca a loro favore: fatta eccezione per alcuni autori noti, la censura talebana non ha realmente colpito la letteratura. Il motivo è semplice: gli addetti alla censura non la conoscono.
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